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Visto il periodo che invita a riflessioni leggere, mentre ci godiamo un meritato riposo estivo, vi offro uno spunto che ci permette di lasciare libero l’emisfero destro del cervello.
Tutti sanno che le azioni danno buone soddisfazioni nei momenti di espansione economica e che le obbligazioni hanno invece un rendimento più costante. Non sono invece sicuro che molti abbiano mai tentato di fare un parallelo tra le due asset class (azioni e obbligazioni) e le categorie dei lavoratori autonomi o dei dipendenti.
Un lavoro autonomo è paragonabile ad una azione. Se l’economia tira il suo reddito salirà e per contro, in tempo di crisi, scenderà con uguale velocità, non avendo reti di protezione.
Invece un lavoro dipendente è come una obbligazione, grazie ad una maggiore tutela, come i contratti collettivi di lavoro o i sindacati, non ci saranno mai oscillazioni violente del reddito, salvo il caso particolare di crisi dell’azienda. Non solo, è possibile che anche in quella malaugurata ipotesi ci siano meccanismi, almeno parziali, di contenimento dei danni.
Questa considerazione tutto sommato banale potrebbe essere una buona base di lancio per effettuare alcune conclusioni non banali.
Noi prendiamo le nostre decisioni di investimento con la pancia o con la testa? Decidete voi.
Chi ha un lavoro dipendente non ha in genere una elevata propensione al rischio. Ma se una famiglia ha redditi da lavoro dipendente e non ci sono all’orizzonte particolari rischi di perdita del lavoro, dove avrebbe senso accantonare il risparmio di lungo periodo? Nelle azioni o nelle obbligazioni? Immagino che la risposta dovrebbe essere nelle azioni. Ma se si ha una bassa propensione al rischio non è probabile che la quantità di investimenti azionari sia più modesta di quello che dovrebbe essere? E questo fatto non potrebbe portare ad un impoverimento non necessario del patrimonio familiare?
Ovviamente il discorso dovrebbe essere rifinito meglio, stabilendo quali siano le proporzioni che permettano di vivere confortevolmente, anche dal punto di vista emotivo. Ma il principio non mi pare da scartare.
E per contro un imprenditore, probabilmente ha una maggiore propensione al rischio. Ma ha senso una esposizione importante ai mercati azionari dettata più dall’ottimismo strutturale che da una analisi? Non è forse possibile che sia presente una distorsione frutto della personalità? Anche qui occorrerebbe approfondire.
E saltando ad un altra famiglia di considerazioni: chi si è mai posto la domanda: “se avessi la bacchetta magica tra 5 anni, guardandomi indietro vorrei avere scelto di essere un impiegato di una azienda o di essere un lavoratore autonomo? E quale settore preferirei?”
Poi ci sono ovviamente, settori e settori. Un lavoratore autonomo che da anni che fa il ristoratore probabilmente ha un livello di rischio minore rispetto ad un lavoratore dipendente di una startup. Anche qui il concetto è da raffinare bene.
Bene, spero di avervi dato uno spunto di riflessione da svolgere sotto l’ombrellone o sotto un pino. Contattatemi, seguitemi sui social, fatemi delle domande e sicuramente vi risponderò. Alla prossima.
Dedicato alla gestione e alla crescita del patrimonio per una clientela d'élite. Innovazione e tradizione al servizio dei tuoi investimenti.
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venerdì 2 agosto 2019
sabato 27 dicembre 2014
Investimenti: la rappresentazione del rischio attraverso una metafora attuale
La recente approvazione del job act mi ha portato a fare un parallelismo tra le macrocategorie dei lavoratori italiani (autonomi e dipendenti) e le macrocategorie degli investimenti (azioni ed obbligazioni).
Credo che sia una metafora utile ad un investitore digiuno di strumenti idonei alla comprensione formale del rischio finanziario. Ma non solo...
Il reddito generato da un autonomo è variabile: dipende dal contesto economico, se espansivo o recessivo, dal settore, dalla specializzazione, e da quanto tempo è in affari.
Non solo: anche quando i flussi economici sono buoni, la propria professionalità potrebbe diventare rapidamente obsoleta, a causa di una variazione del contesto, e potrebbe essere necessario riconvertirsi, ovviamente a proprie spese.
Questo implica che il lavoratore autonomo deve essere molto più consapevole del proprio ruolo e del contesto in cui vive. Analogamente, l'investitore in azioni deve capire profondamente le implicazioni delle proprie scelte.
Circa la variabilità del sistema economico amo questo esempio: immaginate la crisi e il trauma subito dai maniscalchi con l'avvento dell'automobile. Una categoria utile il cui business era stabile da secoli. Tuttavia dai primi del novecento sono diventati una categoria in declino, senza speranze di rilancio.
A questo proposito riporto un aneddoto gustoso sulla efficacia delle previsioni di lungo periodo.
Alla fine dell'Ottocento c'erano foschi orizzonti per la città di NY, poiché proiettando la crescita della popolazione ed il rapporto tra uomini e cavalli si era calcolato che entro i primi anni Venti del secolo successivo la città sarebbe stata sommersa dallo sterco di cavallo. Poi nell'arco di due decenni, che hanno invertito un trend secolare, l'avvento dell'automobile dispensò la Grande Mela dal diventare una sorta di putrida Venezia (o se preferite uno humor più greve di diventare la Grande M...a).
Tornando a noi. Per queste ragioni mi pare equo e comprensibile che il flusso reddituale per gli autonomi sia più abbondante nei momenti favorevoli.
Tuttavia dal punto di vista della “percezione sociale” gli autonomi sono invidiati nelle fasi di espansione del ciclo economico e dimenticati - perchè meno visibili - in quelle di recessione.
Ammettiamo infatti di avere due gruppi: uno di autonomi ed uno di dipendenti. Immaginiamo che il reddito del gruppo sia pari a 100 in entrambi i casi.
Se il contesto economico si deprime ed il reddito si dimezza, gli autonomi restano formalmente occupati e mediamente guadagnano 50. Al contrario è facile che tra i dipendenti la metà sia stata licenziata: la metà licenziata è molto visibile e la metà occupata potrebbe essere poco consapevole del rischio corso.
Tuttavia nell'immaginario collettivo la memoria dei flussi reddituali percepiti dagli autonomi delle fasi positive resta molto impressa e pertanto la categoria viene sovente indicata dagli arruffapopolo come il “giusto” bersaglio per eventuali recrudescenze fiscali.
Un lavoratore dipendente ha avuto invece una vita molto meno densa di sbalzi emotivi e materiali. Il lavoratore italiano che mediamente firmava un contratto, 30 anni fa, sapeva che se non avesse commesso errori gravissimi sarebbe stato praticamente a posto per la vita. Sebbene il flusso reddituale in genere non sia mai stato esaltante, il sistema di relazioni sindacali, l'anzianità, le ferie, il welfare statale con l'eventuale cassa integrazione, gli hanno permesso di non essere quasi mai troppo sotto pressione.
Una sola evenienza ha potuto turbare il dipendente di una volta: una crisi aziendale protratta nel tempo.
Le pressioni delle riorganizzazioni, i tentativi della direzione aziendale di migliorare i margini non sono facilmente visibili dall'esterno, anche quando sono estremi: in questi giorni un amico mi ha raccontato che tra i suoi colleghi, negli ultimi mesi, sono aumentati in modo drammatico i casi di infarto, ma questo non trapela, e lui continua a ricevere lo stipendio regolarmente.
Ma anche quando iniziavano le ristrutturazioni, spesso - sebbene ci fossero presagi funesti - non si avevano avvvisaglie concrete dell'imminente sciagura. Si riceveva lo stipendio fino all'ultimo e si capiva di essere nei guai nel momento della ricezione della lettera di messa in mobilità o quando non si riceveva più la busta paga.
Analogamente avviene negli investimenti obbligazionari per i casi di default del debitore. L'Argentina ha pagato le cedole fino all'ultimo, anche quando la gente era in piazza, e poi... ha ristrutturato.
In questo senso l'investimento obbligazionario è molto più traditore per l'investitore l'inesperto.
Per concludere rapidamente.
Circa gli investimenti azionari, la massa si sente naturalmente cauta: fin troppo se si volesse impostare razionalmente una strategia di investimento. Questo perchè in qualche modo si percepisce che si tratta di un settore soggetto a sbalzi. E poiché non è facile per il profano capire come regolare il rischio, preferisce esagerare con la prudenza, salvo poi accelerare quando invece sarebbe ora di essere prudenti.
Nel caso di un lavoratore dipendente a meno di non essere esperti ad es. di relazioni sindacali diventa molto difficile e quasi innaturale percepire il rischio. E quando lo si subisce in modo traumatico si è maggiormente propensi a ritenere di essere vittime di circostanze eccezionalmente ingiuste. Proprio come gli investitori con il default dell'Argentina.
Un lettore attento potrebbe osservare: “Che dire della flessibilità introdotta negli anni recenti e in questi giorni?”
C'è una categoria di strumenti finanziari ibridi, che assomigliano un po' ai lavoratori di questi tempi. Ma proseguire il paragone è poco utile.
Siamo sempre più esposti agli effetti del ciclo economico, sia come lavoratori sia come investitori. Per questo sarebbe opportuno avere non solo un sindacato di fiducia ma anche un gestore di patrimoni (poco tanto che sia) al quale affidarsi.
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