Pagine

Visualizzazione post con etichetta azioni. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta azioni. Mostra tutti i post

venerdì 13 maggio 2022

Vinci o perdi con il dollaro?

 


Come influisce in questo periodo l'andamento del dollaro sugli investimenti in obbligazioni o azioni?

venerdì 25 ottobre 2019

Comprare azioni vs affittare una casa – Parte 1


Per ascoltare il podcast cliccare qui


Continuiamo oggi prendendo spunto da quanto visto nelle puntate precedenti.
L’assunto di base è che in un periodo come questo far rendere un patrimonio è difficile.

Siamo nella situazione che Keynes definì “eutanasia del rentier”: cioè oggi non si può più vivere con i soli interessi del proprio capitale.

Le obbligazioni sono andate a 0, quindi le soluzioni facili (o presunte tali), quelle che praticava l’investitore medio da solo, sono terminate: oggi, per generare reddito dal proprio capitale occorre faticare.

Quali sono dunque le alternative possibili per chi ha un capitale da mettere a frutto?

Gli immobili offrono un reddito, ma non piove dal cielo. Seguiamo l’iter di un soggetto che possieda mezzo milione di euro di obbligazioni in scadenza a breve e che stia cercando di capire cosa fare di questi soldi.

Se si decide per l’immobile occorre cercarlo, comprarlo, metterlo in ordine in modo da affittarlo, poi trovare un affittuario solido, che paghi, ed infine seguire sia la riscossione sia le manutenzioni e compilare la dichiarazione dei redditi.

E’ molto difficile che una persona abbia una conoscenza del mercato immobiliare così profonda da sapere in quale quale zona comperare, ma soprattutto, deve sapere cosa comperare: un negozio? Un ufficio? Una abitazione?

Non saprei darvi una indicazione di quale sia il migliore acquisto per mettere a frutto un capitale, ma sicuramente un esperto del settore lo sarà.

Quanto si impiega per comperare l’immobile giusto? Sinceramente credo che di questi tempi chi ha la liquidità sia favorito, ci sono più immobili in vendita che venditori, ma naturalmente il prezzo è una questione non banale: riuscire a spuntare un 5% di sconto non è poca cosa. Sono 25mila euro!
Nel frattempo le obbligazioni saranno scadute e il capitale sarà restato fermo.

Poi occorre pagare l’agente immobiliare e il notaio.

Apro una parentesi, sono almeno 25 anni che i miei clienti non pagano né commissioni di ingresso né di uscita ma ricordo che 30 anni fa - all’inizio della mia carriera - la metà delle situazioni di stallo erano causate proprio dalle commissioni. Invece non ho mai avuto notizia che la commissione dell’agente immobiliare o la parcella del notaio fossero una ragione sufficiente per non coperare un alloggio.

Ma torniamo al nostro acquisto immobiliare.
Avevamo dei soldi fermi e adesso li abbiamo spesi per comperare un immobile.

Ma uno solo…?
E il frazionamento del rischio? Dipende da luogo a luogo ma di certo le cifre per spalmare il rischio nell’investimento immobiliare sono molto elevate. Non è detto che mezzo milione offra sufficienti possibilità in merito.

E adesso? Occorre trovare una impresa che dia una rinfrescata alla casa o eventualmente la ristrutturi. E sapete per esperienza che non è sempre una passeggiata: ci sarà un architetto o un geometra che si occuperà della DIA e poi l’impresa dovrà fare il suo lavoro. E le tempistiche? Quanto tempo state impiegando?

Intanto non solo il capitale non rende, adesso state anche iniziando a pagare tasse, condominio e riscaldamento.

Nel frattempo l’agente immobiliare si è dato da fare ed arriva l’affittuario giusto. Firmate e da quel momento siete in discesa.

Non vi resta che l’inquilino paghi regolarmente e aspettare le eventuali spese straordinarie. Nel tempo, se le cose vanno per il verso giusto si dimenticano gli affanni patiti. Infatti il bello del mercato immobiliare è che non si ha notizia di quanto valga il proprio patrimonio, se non la si vuole cercare, ad esempio sul sito dell’Agenzia delle Entrate.

Circa il flusso di reddito che è plausibile ricavare vi invito a rivedere le mie puntate precedenti su Milano e Torino, così per farvi un’idea. Presto arriveranno anche le puntate di Cortina e Courmayeur.

L’assenza di informazioni e un po’ di fortuna permettono all’investitore immobiliare di vivere in pace per una decina di anni godendo dell’affitto e pagando periodicamente le spese straordinarie.

Questo fa sì che nella sua testa il rendimento di questo investimento sia valore dell’affitto / prezzo di acquisto. Cioè valutando 0 il costo - in tempo e denaro - di tutte le operazioni che ho descritto prima.

Ma non solo. Si sta dando per scontato che il valore dell’immobile resti  uguale.
Notate che la brutta notizia non è solo quando il valore dimercato scende - cosa di cui ci si potrebbe accorgere dopo anni, magari tardi quando il valore della zona è sceso in modo significativo - ma è un problema anche quando il valore dell’immobile sale. Infatti se il valore dell’immobile sale il redimento scende e occorrerebbe aumentare l’affitto. Cosa che non è sempre possibile fare facilmente.

Ma c’è ancora una cattiva notizia. La liquidabilità dell’investimento.
Se doveste avere bisogno di una parte del capitale ci sono due opzioni, la prima è chiedere un prestito garantito dall’immobile, la seconda è venderlo.

E’ preferibile la prima se l’importo che serve è una frazione relativamente piccola del valore del patrimonio. I costi per chiedere un prestito e gli eventuali interessi (ricordiamoci che oggi in Danimarca fanno mutui a tasso negativo o 0) sono inferiori a quelli di vendita. Inoltre vendere come abbiamo detto è una operazione non solo costosa ma anche lunga, anche se oggi iniziano a comparire operatori immobiliari che promettono di acquistare in 30 giorni. Ma solo nelle maggiori città e ovviamente con un sacrificio di prezzo adeguato.

Insomma se si deve vendere in fretta il rischio di ridurre la profittabilità dell’operazione è molto concreto.

Bene per oggi termino qui.

Vedremo la prossima volta le problematiche dell’investimento azionario.

venerdì 4 ottobre 2019

Come valutare le azioni per investire?



Ascolta il podcast qui 

Oggi sono lieto di rispondere a Valerio Turchi, che ha visto il video “Come capire se una azione è cara” (lo trovate qui) e mi aveva chiesto quali fossero gli altri metodi di valutazione delle azioni.

Caro Valerio, ci sono manuali di centinaia di pagine relative ai metodi di valutazione di un valore mobiliare. Se sei uno studente di economia qualcuno lo affronterai: ad es. tra i più semplici, in apparenza, c’è il calcolo del valore attuale netto.

Sappi però che non esiste il parametro definitivo per emettere un giudizio che permetterà di fare l’acquisto vincente. E, detta tutta, quello che conta non è tanto il metodo applicato quanto i parametri che ci metti dentro: se tutti gli attori avessero le stesse attese sul futuro di un bene ci sarebbe una sostanziale convergenza sul suo valore, a prescindere dal metodo di stima usato. Certo, ci sarebbe un po’ di rumore di fondo dovuto al fatto che un  singolo occasionalmente potrebbe vendere per comprare una casa o un’auto oppure comperare perché ha ricevuto un eredità. Ma la cosa finirebbe lì.

Se ci pensi ha un senso: chiediamoci perchè le obbligazioni del debito dei grandi Stati industrializzati siano sostanzialmente considerate un investimento “tranquillo”. Perchè i parametri sui quali si basano le valutazioni e sui quali incombe l’incertezza sono pochi e cambiano lentamente. Per contro le obbligazioni dei Paesi Emergenti e le azioni sono suscettibili di una maggiore e più violenta fluttuazione dei loro parametri di valutazione.
Qui troverai un video in merito ai rischi che corre un investitore in obbligazioni

La complicazione dell’investire sta nel fatto che la finanza e l’economia sono scienze sociali e quindi i fenomeni sono influenzati dalle aspettative degli stessi attori: in altri settori ciò non accade. Non c’è un sasso che lanciato in aria si comporti diversamente in base a chi lo osserva; anche se questa situazione ha poi delle eccezioni quando si parla di fisica quantistica.

In sostanza se una ampia maggioranza di persone pensa, per qualsiasi ragione, fondata o meno, che una azione sia “buona” o “cattiva” quell’azione per un po’ di tempo si comporterà in accordo all’opinione prevalente, salendo o scendendo indipendentemente dalle sue reali qualità. E, se in quel periodo, si è presa una posizione ragionevole ma che ci sta dando torto – perché ad es. si è comperato e scende - e non si è molto confidenti sulla fondatezza delle proprie scelte, immancabilmente ci si lascia prendere dal panico (o dall’euforia), prendendo decisioni emotive e disastrose per il proprio portafoglio.

Quindi la conoscenza di parametri analitici è necessaria, ma è solo una parte del lavoro. Occorre infatti che un gestore o un investitore abbia maturato una grande fiducia in sé e nei propri metodi. La mera conoscenza tecnica non basta, anzi se disgiunta dall’esperienza potrebbe essere pericolosa. 

Nella pratica quotidiana i team di gestione utilizzano delle griglie di parametri. Si passano in rassegna tutte le azioni del cosidetto “universo investibile” e si calcola per ciascuna delle singole caratteristiche il valore.

Ad esempio il rapporto prezzo utile, il rapporto di Shiller di cui parlerò poi... e si stila così una classifica generale di “bellezza”, come a Miss Italia.

Ma quali sono questi parametri? Chiedeva Valerio.

Facciamo un esempio facile: il professor Shiller ha vinto un Nobel dimostrando che il valore del rapporto tra il prezzo odierno di una azione e la media dei suoi utili degli ultimi 10 anni è un buon predittore del rendimento a 10 anni dell’azione.

Una cosa facile in apparenza: faccio il calcolo per l’intero "universo investibile" e poi seleziono e compero le 10 azioni più promettenti. Una manna...

Insomma… Intanto occorre detenere il portafoglio per 10 anni. Infatti una delle condizioni di questa teoria è che l’orizzonte temporale per far sì che questa relazione funzioni a dovere è il lungo periodo. Sia chiaro, è possibile anche provare a fare lo stesso gioco per periodi inferiori, ma la significatività predittiva di questo indicatore cala drasticamente. 

La ragione può essere spiegata intuitivamente con l’esempio del lancio della moneta. Su 100 lanci sono ragionevolmente sicuro di ottenere 500 “testa” e altrettante “croce” o giù di lì, ma su 10 lanci posso ottenere un risultati molto differenti.

A questo punto, sbagliando, c’è chi dice che “investire è come giocare a testa o croce”. Con questo metodo, più l’orizzonte è di breve periodo è vero, ma nel lungo ovviamente no. E chi non coglie la differenza - prima di avventurarsi in un investimento azionario per copiare il suo amico che ha guadagnato - deve pensarci bene, e poi non farlo.

Ma torniamo a noi e alle azioni valutate con il metodo Shiller. Concretamente oggi la Borsa Americana è cara - in base a tale parametro – e da un bel po’ di anni. Sono sicuro che tra 10 anni le cose andranno a posto, ma nel frattempo però - a sottopesare il mercato americano - cioè a fare quell’azione ragionevolissima di ridurre le componenti “care” all’interno di un portafoglio ben diversificato a livello mondiale, si sarebbe ottenuta una sottoperformance rispetto a chi non lo ha fatto.

E questo ci riporta al problema della fermezza di cui dicevo prima. In questo frangente il singolo investitore potrebbe perdere la fiducia nel metodo che ha adottato e il professionista iniziererebbe a perdere clienti ai quali non ha spiegato bene questo meccanismo.

Forse adesso Valerio starà dicendo: "Giaume hai fatto un lungo discorso per evitare di rivelarmi i segreti di cucina". Non proprio, credimi, sto rivelando l’essenza dell’investire. E se vuoi possiamo sentirci in privato per qualche domanda aggiuntiva. Però sappi che le tecnicalità si imparano nel tempo, invece sapere quali sono i limiti dei metodi usati è una cosa che in genere non viene mai insegnata, la si impara sulle proprie ossa.

Quindi più ancora di un elenco di metodi per valutare le azioni, che sono reperibili in un manuale di finanza, impara a capire in profondità questi principi universali che sono applicabili anche senza avere una preparazione specifica:

  1. comperare e tenere almeno 10 anni magari, anche di più.
  2. Comperare ampie “fette” di mercato, magari tutto il mercato mondiale, non solo settori o mercati singoli.
  3. Non investire i soldi che si sa che potrebbero servire prima dei 10 anni.
  4. Se il metodo è sicuro (e questo lo è) non lasciarsi impressionare dai risultati che si vedono prima dei 10 anni, nel bene e nel male.

Poi ci sono anche altri accorgimenti un po’ più tecnici che sono importanti, ma meno di questi.

Una delle persone più curiose che ho incontrato nella mia carriera è stato un edicolante. A metà degli anni 90, quindi prima del grande boom del 2000 è venuto da me con una valigia piena zeppa di titoli azionari cartacei.
Aveva iniziato nel 1975 a comprare titoli in base al suo sentimento, tutte le volte che aveva 100 mila lire (50 euro) e non ha mai venduto.
Depurato il patrimonio dai titoli falliti, aveva una somma ragguardevole che gli ha permesso di sistemare sé stesso e le figlie. Non sapeva nulla di valutazioni, ma per ragioni casuali o forse per intuito, aveva capito il senso di quento ho scritto e l’aveva applicato. Non si è trattato di una esecuzione magistrale, perché aveva anche titoli della Venchi Unica e della Tripcovich, ma alla fine è arrivato alla meta.

Concludo affermando che l’esperienza è la differenza tra sapere e capire. Capire già questi 4 punti, ma capirli veramente, e capire perché sono consigli sani è già un grande risultato.

Un caro saluto

venerdì 2 agosto 2019

Investimenti: la metafora del lavoro autonomo e del lavoro dipendente.

Clicca qui per ascoltare l'audio

Visto il periodo che invita a riflessioni leggere, mentre ci godiamo un meritato riposo estivo, vi offro uno spunto che ci permette di lasciare libero l’emisfero destro del cervello.

Tutti sanno che le azioni danno buone soddisfazioni nei momenti di espansione economica e che le obbligazioni hanno invece un rendimento più costante. Non sono invece sicuro che molti abbiano mai tentato di fare un parallelo tra le due asset class (azioni e obbligazioni) e le categorie dei lavoratori autonomi o dei dipendenti.

Un lavoro autonomo è paragonabile ad una azione. Se l’economia tira il suo reddito salirà e per contro, in tempo di crisi, scenderà con uguale velocità, non avendo reti di protezione.

Invece un lavoro dipendente è come una obbligazione, grazie ad una maggiore tutela, come i contratti collettivi di lavoro o i sindacati, non ci saranno mai oscillazioni violente del reddito, salvo il caso particolare di crisi dell’azienda. Non solo, è possibile che anche in quella malaugurata ipotesi ci siano meccanismi, almeno parziali, di contenimento dei danni.

Questa considerazione tutto sommato banale potrebbe essere una buona base di lancio per effettuare alcune conclusioni non banali.

Noi prendiamo le nostre decisioni di investimento con la pancia o con la testa? Decidete voi.

Chi ha un lavoro dipendente non ha in genere una elevata propensione al rischio. Ma se una famiglia ha redditi da lavoro dipendente e non ci sono all’orizzonte particolari rischi di perdita del lavoro, dove avrebbe senso accantonare il risparmio di lungo periodo? Nelle azioni o nelle obbligazioni? Immagino che la risposta dovrebbe essere nelle azioni. Ma se si ha una bassa propensione al rischio non è probabile che la quantità di investimenti azionari sia più modesta di quello che dovrebbe essere? E questo fatto non potrebbe portare ad un impoverimento non necessario del patrimonio familiare?

Ovviamente il discorso dovrebbe essere rifinito meglio, stabilendo quali siano le proporzioni che permettano di vivere confortevolmente, anche dal punto di vista emotivo. Ma il principio non mi pare da scartare.

E per contro un imprenditore, probabilmente ha una maggiore propensione al rischio. Ma ha senso una esposizione importante ai mercati azionari dettata più dall’ottimismo strutturale che da una analisi? Non è forse possibile che sia presente una distorsione frutto della personalità? Anche qui occorrerebbe approfondire.

E saltando ad un altra famiglia di considerazioni: chi si è mai posto la domanda: “se avessi la bacchetta magica tra 5 anni, guardandomi indietro vorrei avere scelto di essere un impiegato di una azienda o di essere un lavoratore autonomo? E quale settore preferirei?”

Poi ci sono ovviamente, settori e settori. Un lavoratore autonomo che da anni che fa il ristoratore probabilmente ha un livello di rischio minore rispetto ad un lavoratore dipendente di una startup. Anche qui il concetto è da raffinare bene.

Bene, spero di avervi dato uno spunto di riflessione da svolgere sotto l’ombrellone o sotto un pino. Contattatemi, seguitemi sui social, fatemi delle domande e sicuramente vi risponderò. Alla prossima.

domenica 17 luglio 2011

Pagare il bollo sul deposito titoli? Solo se è necessario

In Italia la Legge è uguale per tutti, ma a volte si scopre, ex post, che qualcuno è più uguale di qualcun altro.

E' facile prevedere che la partita a scacchi recentemente aperta tra il Fisco e gli investitori non si esaurirà oggi, poiché vi sono molte questioni aperte.

Il testo licenziato non cambia molto la situazione rispetto a quanto già sapevamo dall'inizio della settimana: chi possiede un portafoglio titoli inferiore ai 50 mila euro continuerà a pagare circa 34 euro l'anno. Sopra questa soglia, la somma cresce.

Le questioni rilevanti sono invece altrove, poiché la legge apre una serie di interrogativi.

Un primo punto sta nell'aver legato il pagamento del bollo all'invio della comunicazione al cliente: questa scelta comporta effetti differenti in base al tipo di investimento scelto.

Chi compera un CTZ sa che, se il valore di rimborso supera una certa soglia, è soggetto ad una certa aliquota, e salvo casi eccezionali non vi saranno grandi variazioni di valore.
Chi invece ha un portafoglio che risente della volatilità dei mercati osserverà oscillazioni, anche forti, sul valore del deposito, che potrebbero influire sulla tassazione da applicare.

Non solo, la valorizzazione del deposito e quindi l'imposta potrebbe dipendere anche dalla scelta della periodicità della comunicazione, mensile, trimestrale o annuale.

Chi è avverso al rischio dovrebbe scegliere una comunicazione mensile (che resta più aderente al valore medio nell'anno) e chi, invece, è propenso "a giocarsela" dovrebbe scegliere una comunicazione annuale.


Vi sono poi alcune questioni più specifiche: ad esempio chi possiede solo

1) fondi comuni;
2) Titoli di Stato italiani;
3) obbligazioni emesse dalla banca stessa;
4) ETF

cosa deve fare? Quanto pagherà? E' obbligato ad avere un deposito titoli?

Ed ancora:
- è meglio avere più depositi titoli o uno solo?
- è possibile evitare la tassa in qualche modo?

l'argomento è vasto, ma in estrema sintesi:

1) i fondi comuni sono depositabili sulla cosiddetta "rubrica" che non essendo un "deposito titoli" è esente da bollo; tuttavia per una serie di ragioni tecniche spesso le banche, specie da quando non distribuiscono più solo i fondi della casa, possono trovare comodo imporre al cliente l'apertura di un deposito.

Detto altrimenti, per ragioni organizzative alcune banche potrebbero essere tentate di scaricare sui clienti un onere che deriva da scelte organizzative interne.
I clienti potrebbero quindi entrare in lite con il proprio istituto e poiché la probabilità di veder affermati i propri diritti è elevata immagino che gli organismi di conciliazione e l'Ombdusman bancario, http://www.conciliatorebancario.it/ombudsman.html si ritroveranno presto alquanto ingolfati di ricorsi.

2) Un tempo una banca presso la quale avevo il conto mi permetteva di depositare Titoli di Stato o almeno i BOT sulla "rubrica"; non escluderei che sia ancora oggi possibile farlo, ma in linea generale direi che se vi chiedono di aprire un deposito titoli anche solo per un BTP o un CTZ le banche siano nel giusto.

3) Sono invece convinto che, in base ad una disposizione del 1997 che non mi risulta abrogata, le banche non possano obbligare i clienti a tenere aperto un deposito titoli solo per detenere obbligazioni bancarie "della casa".

4) Gli ETF invece, sebbene abbiano le funzioni di un fondo comune, sono assimilati alle azioni e pertanto concorrono alla formazione del valore del deposito titoli.

Occorre infine notare che al momento non è così scontato (anche solo per ragioni tecniche, quali gli aggiornamenti dei software) che se in un deposito titoli vi siano valori mobiliari di differente natura, il valore dei titoli "esenti" (per es. fondi od obbligazioni della casa), non concorra a determinare il valore sul quale si pagherà l'imposta di bollo.


In relazione poi alla questione della numerosità dei depositi titoli al momento parrebbe conveniente avere una pletora di depositi di importo esiguo piuttosto che possederne uno solo "cicciotto", anche se siamo sicuri che a breve verrà emesso un provvedimento "anti elusione", che comporterà ulteriori costi e complicazioni per banche e clienti.

Circa il trasferimento dei titoli presso una banca estera affermo che il problema va studiato attentamente, poichè le banche estere non solo non sono a buon mercato, ma occorre anche compilare il quadro RW della dichiarazione dei redditi. E il commercialista potrebbe costare più del superbollo.

Segnalo infine che - allo stato attuale della normativa - nei prossimi giorni annuncerò ai miei clienti che, molto probabilmente, non pagheranno il superbollo.



lunedì 18 aprile 2011

L'alibi logico


Tempo addietro parlavo con un anziano venditore di automobili: mi diceva che aveva osservato come i clienti prima prendessero le decisioni e poi le "giustificassero".

Producevano cioè ex post una serie di ragioni per le quali era giusto fare come si era scelto.

Si creavano un "alibi logico".

Non ho potuto approfondire quali giustificazioni adducesse per spiegare questo comportamento, ma sono pienamente d'accordo.

I miei lettori più attenti si saranno accorti che in un certo senso sono epicureo: credo che il cervello umano tenda al piacere (inteso in modo differente per ciascuno di noi) e che lo persegua con implacabile determinazione, senza badare a quanto sia ragionevole il comportamento tenuto.



Se una persona, credendo di prendere l'autostrada per Roma imboccasse invece la direzione di Milano uscirebbe al primo casello ed invertirebbe la marcia, adirandosi per il tempo e la benzina buttati.

Verrebbe considerato curioso un atteggiamento del tipo: "Beh, visto che sono in strada per Milano faccio un giro fin lì e poi inverto verso Roma".


Questo succede abbastanza di frequente invece negli investimenti. E si creano gli alibi logici per evitare di cambiare la propria posizione.

Quante volte abbiamo comperato un titolo, e in caso di discesa siamo passati dal trading alla logica di lungo periodo per non "consolidare la perdita", ovvero per non dover ammettere a noi stessi di aver fatto una pessima scelta?

Chi non ha mai comperato "prodotto trappola"?

Intendo uno di quei prodotti che in collocamento viene pagato 100, e al primo giorno di quotazione viene prezzato a 90.

In genere si resta in posizione per non perdere quel famoso 10.

Quando alla scadenza, dopo 5 o 7 anni, finalmente riavremo i nostri soldi, saremo contentissimi di aver tenuto duro e non aver incassato la perdita.

Nel frattempo qualcun altro avrà usato i nostri soldi per sè.

giovedì 10 marzo 2011

L'importanza dell'equilibrio

L'anno scorso sono stati impiegati fiumi di inchiostro per mettere in evidenza che il periodo 2000 - 2010 era passato senza che gli indici azionari dei paesi occidentali avessero fatto nuovi massimi. Pertanto le tradizionali attese degli investitori in capitale di rischio erano state tradite.

Oggi la situazione è di massima incertezza, come sempre, d'altra parte.

Diventa quindi utile poter disporre di uno strumento per ragionare su quale percentuale di azioni e di obbligazioni il cliente desidera detenere in portafoglio nel lungo periodo.

Ai clienti che hanno un orizzonte temporale di 10 anni mostro una tabella simile a questa.



Le quattro colonne (75-25; 50-50; 25-75; 0-100) rappresentano differenti mix di portafoglio: tutto a destra c'è il portafoglio 100% obbligazionario. Spostandoci via via a sinistra si incrementa la quantità di azioni del 25% (riducendo ovviamente quella di obbligazioni).

La colonna più a sinistra, quella con le percentuali che variano dal +25% al -25%, rappresenta il livello di rendimento medio annuo del mercato azionario. Tale livello non è previsivo, è ipotetico.

Sulle righe della tabella in corrispondenza al rendimento azionario prescelto si trovano i valori del montante relativo a quel mix di portafoglio.

Mi spiego meglio.

La tabella risponde a questa domanda: "Cosa succede al mio portafoglio investito in X% di azioni e Y% di obbligazioni nell'ipotesi che il mercato azionario renda lo Z% tutti gli anni per 10 anni?".

Ammettiamo
per esempio di aver scelto un mix di 25% di azioni e 75% di obbligazioni e di decidere che il mercato azionario faccia 0 per 10 anni. Tra 10 anni avremo un capitale di 134, generato interamente dalla componente del reddito fisso, poichè il 25% azionario per ipotesi non ha prodotto alcunché.

Se immaginiamo per lo stesso portafoglio (25% azionario) un rendimento del 10% all'anno il montante (capitale + interessi) sarà 174. Se invece immaginiamo il rendimento azionario pari a -10% all'anno (tutti gli anni) il montante sarà 118.
Se il mix tra azioni e obbligazioni sarà invece 50% in quest'ultimo caso il montante sarà 90.
Si sarà cioè perso il 10% del capitale iniziale.

Interessante notare che in questo decennio orribile il FTSE MIB ha perso il 7% circa all'anno tutti gli anni.

Pertanto con una bilanciatura prudente si sarebbe il montante sarebbe stato positivo o poco negativo, nonostante tutto.



mercoledì 26 gennaio 2011

120 mila case invendute



Questa è la notizia


Tempo addietro avevo fatto un post sulle differenze tra immobili e valori mobiliari.

Consiglio di rileggerlo se avete un momento.


Ne riporto un passo solo:
...(per le case)... non si è invogliati a vendere sotto il prezzo di acquisto, nei periodi di crisi, (pertanto) i prezzi anziché calare restano fermi e diminuiscono le transazioni, aiutando ad affermare che il mercato immobiliare “regge” meglio di quello borsistico.