venerdì 24 dicembre 2010

Il polimatrimonio

Discussione visionaria sull'evoluzione della famiglia occidentale nei prossimi 100 anni.
Da affrontare solo dopo una abbondante libagione festiva.


Da un po' di tempo riflettevo

1) sulla progressiva attenuazione del diritto di proprietà: nel tempo si è passati dal concetto che ogni bene è di proprietà del re a quello che la proprietà è diritto di ogni cittadino.

Poi si è giunti all'ammissione di limitazioni rispetto al concetto assoluto, per es. concependo l'esproprio per pubblica utilità o creando le leggi sulla tutela dell'ambiente.

Oggi poi siamo nell'"era dell'accesso" (che è il titolo di un libro di Rifkin): non è importante essere proprietari ma godere dei vantaggi che offre un bene, come avviene per es. con il leasing.


2) Sulla crisi del matrimonio, oberato dalle aspettative del delirio del "tutto, subito, ed ai massimi livelli" che pervade la civiltà occidentale.

Un tempo, e in altri luoghi ancora oggi, questo era prevalentemente un contratto sociale, un perno di giunzione tra due persone e due gruppi familiari.

Anche nel matrimonio dopo un periodo di reciproca esplorazione, subentra l'impatto con la realtà - che è in genere meno attraente delle fantasie - e scoppiano le crisi. Ma se un tempo la stabilità sociale era aiutata dalla minore ricchezza, oggi nell'abbondanza, i vincoli sono minori.

Infine non pare essere la risposta giusta verso una maggiore felicità neppure la consuetudine nord europea e americana di contrarre molti matrimoni (in serie), poiché non fa altro che perpetrare nevroticamente il meccanismo precedente delle aspettative deluse.


3) Sulle prospettive di vita per i nostri figli, che dovranno dividere le risorse della Terra con il resto del mondo e vivere in una regione fortemente (e malamente) antropizzata, nonché politicamente meno influente.

Mentre noi viviamo ancora nel periodo nel quale l'Occidente fa la parte del leone, i nostri figli hanno prospettive di minore abbondanza.


4) Sulla curiosa dicotomia tra la gestione dei rapporti umani e gli investimenti: in finanza si raccomanda l'investimento in beni non correlati per ottimizzare il rendimento del capitale. Tuttavia una "diversificazione" in campo sentimentale è percepita come decisamente inaccettabile.



Dopo aver considerato questi punti, in un momento di obnubilazione ho immaginato lo sviluppo futuro dell'istituzione familiare.


A fronte di una crisi dell'Occidente è ipotizzabile un ritorno alla struttura del clan, che è storicamente collaudata per fronteggiare un periodo di difficoltà. Tuttavia mi pare evidente che tale soluzione abbia dimostrato di non assicurare la felicità dei singoli, poiché rinnova il "difetto" di essere costituita da coppie.

L'eliminazione di tale "difetto" dovrebbe avvenire con l'introduzione di una nuova e migliore ecologia dei rapporti umani. Poiché credo tuttavia che questa evenienza sia ancora molto prematura, immagino che la linea di minor resistenza potrebbe portare alla creazione di una nuova entità sociale, tesa a bypassare tale impegnativa necessità.


Propongo dunque tra le possibili evoluzioni della struttura familiare il "polimatrimonio": ovvero una comunità di 3-6 persone che convivono con pari diritti e dignità.

Mi pare che i vantaggi materiali di una simile struttura siano: maggior stabilità del reddito familiare dovuta alla pluralità di soggetti che possono lavorare; maggiore sicurezza sociale, specie in uno scenario nel quale le prestazioni assistenziali diminuiranno; economie di scala per l'accudimento dei figli e la gestione della quotidianità.

Mi rendo anche conto che sia almeno curioso teorizzare la perdita del "diritto di esclusiva" sul partner, e non è poca cosa abbandonare questo abitus, oggi.

Comprendo le perplessità che possano sorgere e non intendo affrontarle in questa sede.
In fondo la mia è una boutade, non se ne adontino i conservatori.

Concludo ricordando che l'evoluzione non dorme mai e che, quando la prima enciclica sociale della Chiesa, la Rerum Novarum, è stata resa pubblica, lo scandalo è stato enorme e il documento è stato bruciato sul sagrato di alcune chiese. Tuttavia per noi, dopo 120 anni, dice cose "scontate".


Felici festività.

sabato 18 dicembre 2010

Dalla conclusione(?) della vicenda Parmalat una previsione inquietante per gli italiani - 2

Le mie osservazioni a conclusione del post.

1) Probabilmente abbiamo assistito ad entrambe le tipologie di truffa che indico all'inizio: la Parmalat ha interpretato la fattispecie "difficoltà temporanea" e alcune banche per cavarsi d'impiccio probabilmente hanno montato "la stangata". La delusione della parte civile del processo è relativa al fatto che il Tribunale non ha fatto chiarezza su questa seconda parte, che resta pertanto solo una mia ipotesi.

2) Il sistema Italia non è in grado di difendere il risparmio. Chi si è fidato - sia gli impiegati di banca che hanno venduto in buona fede i titoli, sia i risparmiatori che hanno comperato autonomamente obbligazioni - erano da soli a scegliere, ed hanno scelto male.

3) Il conflitto di interesse tra banche e risparmiatori allo stato attuale è ancora elevatissimo e, se in genere si risolve con una tosatura periodica, in certe situazioni può portare alla rovina. Ciò nonostante la massa risparmiatori percepisce poco o nessun rischio.

4) Abbiamo visto in anticipo (ma non lo sapevamo) la crisi che stiamo vivendo anche oggi: quella del "troppo grande per fallire". Parmalat era troppo grande, dal punto di vista delle banche, che hanno cavalcato la tigre piuttosto che accettare la perdita come elemento naturale del business. E questo la dice lunga sulla salute della competizione economica e dell'efficienza dei mercati in Italia.

5) Madoff è stato condannato a 150 anni, Tanzi a 18. Curioso lo stupore di quest'ultimo a fronte della sua condanna: si attendeva meno. Per certi versi con il suo stupore non ha confessato di essere uno al quale avevano promesso qualcosa?

6) Mi pare infine che la soluzione principe della politica, dell'industria, delle banche italiane sia la soluzione dei problemi "scaricando a massa" ovvero frazionando il danno sui cittadini.

E su quest'ultima considerazione, ovvero sull'abitudine di "scaricare a massa" concludo con un inquietante presagio. Tremonti insiste sul fatto che l'Italia è solida poiché ha una enorme massa di patrimonio privato che bilancia il più grande debito pubblico del mondo. A me pare un pensiero foriero della volontà di utilizzare il patrimonio privato per ridurre il debito pubblico, ovvero l'introduzione di una tassa patrimoniale.

lunedì 13 dicembre 2010

Dalla conclusione(?) della vicenda Parmalat una previsione inquietante per gli italiani - 1

Consiglio anzitutto la rilettura del post
http://epsilon-intervallo-grande.blogspot.com/2009/03/anatomia-delle-truffe-finanziarie-1.html
dove avevo delineato in astratto le possibili fattispecie di una truffa finanziaria.


Sulla notizia che l'ex cavalier Tanzi è stato condannato a 18 anni per il fallimento della nota azienda alimentare, voglio proporvi la mia personalissima visione dei fatti per trarre poi alcune considerazioni ed una previsione.

Immagino che le prime difficoltà aziendali vennero superate con un incremento progressivo degli affidamenti bancari: chi fa l'imprenditore a certi livelli ha contiguità con la politica e quindi non è difficile immaginare che gli istituti di credito si siano prestati ad allargare i cordoni della borsa, un po' per ossequio alle pressioni ricevute e un po' per evitare di gestire una grana come una crisi di tali dimensioni.

Quando i problemi sono diventati insostenibili - ma evidenti solo agli addetti - la ricerca di tempo supplementare per cercare di sbrogliare la matassa è diventata la priorità comune sia per il management sia per le banche affidatarie: la falsificazione dei documenti contabili è stata la soluzione.

Interessante notare che negli ultimi anni l'equilibrio formale del bilancio Parmalat si reggeva sostanzialmente su una voce sola: uno smisurato attivo di conto corrente presso una banca americana. In quel tempo invariabilmente, a fronte delle richieste degli analisti finanziari, che spesso chiedevano al management la ragione di una tale liquidità, la risposta era evasiva.

E' molto importante rilevare inoltre che la società di revisione (ovvero l'organo esterno deputato al controllo della correttezza del bilancio) non ha MAI verificato DIRETTAMENTE presso la banca in questione l'esistenza di tale liquidità.

L'exit strategy per le banche era impegnativa: sostituire il proprio flusso finanziario con quello altrui. Tuttavia nessuna banca avrebbe accettato di entrare pesantemente tra i nuovi finanziatori di tale realtà.

Per ridurre gli affidamenti occorreva dunque "accompagnare" l'azienda sul mercato obbligazionario, e permetterle di approvvigionarsi della liquidità necessaria alla sopravvivenza. La cosa naturalmente non sfuggiva agli analisti finanziari che ripetutamente chiedevano per quale ragione l'azienda effettuasse emissioni obbligazionarie nonostante la forte liquidità già presente.

Interessante notare che il sistema bancario ha curato l'emissione dei prestiti ed il loro collocamento lucrando le relative commissioni. Non solo, molte emissioni obbligazionarie non erano di diritto italiano: i titoli non sono stati cioè emessi con le regole vigenti in Italia ed è almeno dubbio che potessero essere offerti al pubblico italiano. Tuttavia la Consob non è stata in grado di bloccare questo pericolo per i risparmiatori.


Infine la corda si è rotta e... l'epilogo è noto.


Alla prossima volta per le mie osservazioni

martedì 7 dicembre 2010

Dal "troppo grande per fallire" al "troppo piccolo per fare il prepotente"

In queste ore mi è venuto un pensiero che butto lì, magari per elaborarlo insieme.

Oggi i titoli sicuri per definizione sono i Titoli di Stato, (lo so che qualcuno sorriderà, ed ha ragione) ma al momento neppure la disastratissima Grecia prende in considerazione la possibilità di fare un haircut ovvero di decurtare il valore nominale del debito per alleggerirsi del proprio fardello.

Mi si dirà che questo non è il momento adatto per una tale operazione: la Repubblica Ellenica non ha un avanzo di bilancio primario e quindi una ristrutturazione non è compatibile con la necessità di dover finanziare il disavanzo corrente. DOPO nessuno comprerebbe più i titoli di nuova emissione.

Al momento quindi il detentore di Titoli di Stato di un paese OCSE pare non abbia nulla da temere, almeno dal punto di vista del capitale.

Ma questa situazione è stabile? Ho l'impressione che non lo sia.

Come ho già accennato sembra che gli USA vogliano risolvere la questione del proprio debito tramite la debolezza del dollaro e l'inflazione. Ma questo in Europa non pare essere possibile, per la contrarietà della Germania.

Quindi o avremo una crescita economica strepitosa, che ci permetta di pagare i debiti o la possibilità che, presto o tardi, vi saranno uno o più haircut europei mi pare possibile.

In un tale frangente per i debitori avere a che fare con una entità come lo Stato potrebbe essere molto poco vantaggioso.

Potrebbe invece essere più redditizio rapportarsi con realtà che hanno un potere minore: le grandi aziende.

Non ho fatto studi ad hoc, ma ho la netta impressione che le aziende argentine abbiano rinegoziato il proprio debito a condizioni peggiori rispetto a quelle imposte dalla Repubblica Argentina ai propri creditori: erano troppo piccole per fare prepotenze.

Credo che un investitore in obbligazioni debba tenere presente questo ragionamento.