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lunedì 24 ottobre 2011

Il balletto franco tedesco e le risate all'Italia

Grazie allo stimolo del mio amico Eugenio faccio una rapida incursione sugli accedimenti degli ultimi tre mesi sui mercati finanziari e sul "dietro le quinte" del negoziato tra francesi e tedeschi nel mese di ottobre.

Proporrò solo alcuni flash per evitare di essere troppo pesante.

La manovra economica di fine giugno del governo italiano è stata considerata insufficiente dai mercati: ha creato un disagio che solo temporaneamente è stato arginato dalla ridefinizione delle competenze dell'EFSF che ha potuto iniziare a comperare titoli anche sul mercato secondario.

Resta comunque irrisolto il vero problema dell'Europa: la lentezza nel prendere le decisioni e la disomogenietà fiscale ed economica.

I tedeschi - non senza ragioni - desiderano imporre il loro passo ed il loro modello di sviluppo a tutto il Vecchio Continente: politiche di bilancio virtuose, sistema industriale efficiente, relazioni industriali non eccessivamente conflittuali.

Il problema è che nell'area meridionale dell'Europa la realizzazione di questo modello transita attraverso politiche deflazionistiche che pongono in serio pericolo la struttura politica e sociale dei Paesi.

D'altra parte l'assenza di un meccanismo di uscita dall'euro fa si che la sola ipotesi di scissione dell'eurozona possa generare una catastrofe di dimensioni bibliche.

In assenza di chiarezza su questo punto il mercato è rimasto esposto a momenti di debolezza che ben si sono visti in agosto.

Dopo aver superato la paura del default americano e le paure legate al rallentamento della crescita mondiale il tema dominante è diventato l’inerzia del governo italiano, che dopo la prima manovra di fine giugno ha iniziato a tergiversare.

Lo spread BTP BUND era il driver dei mercati che sono scesi a rotta di collo per 20 giorni.

In settembre il supporto della BCE ai titoli italiani, l’approvazione da parte della Corte Costituzionale tedesca dell'aiuto ai paesi periferici e la sospirata approvazione di una nuova manovra correttiva (peraltro per metà assolutamente da inventare) hanno fatto dichiarare una tregua ai mercati. Nella seconda metà di settembre una nuova discesa degli indici (che tuttavia non hanno fatto nuovi minimi) prezzava i timori di rallentamento economico mondiale.

L’Italia infine si prende anche un declassamento di rating ma poiché è di un solo gradino, il mercato sale. E intanto se ne va Stark il falco tedesco della BCE.

Il mercato in ottobre ha iniziato a considerare che comunque la politica europea sarebbe intervenuta per risolvere il problema bancario, che è strettamente connesso a quello del debito greco, sul quale si ipotizzano tagli superiori all’iniziale 21%: si inizia a parlare del 50%.

Gli operatori finanziari dopo aver preso atto che i tempi ed i metodi della politica europea non sono quelli americani, hanno dunque confidato che il tandem franco tedesco fosse comunque in grado di svolgere la propria funzione di leadership e sono iniziati gli acquisti.

Durante il mese si è tuttavia registrato il disaccordo tra Merkel e Sarkozy su come affrontare i problemi.

Un primo sintomo di problemi nell'asse franco tedesco si è visto di fronte alla dichiarazione che non sarebbe stato resa nota la soluzione ideata nell'incontro a due preparatorio del vertice dei governi europei del 16 ottobre (che poi è stato fatto scivolare al 23).

Ufficialmente questa mossa è stata fatta per dare più tempo ai partners per prepararsi; verosimilmente c’erano molte questioni irrisolte su come affrontare il nodo centrale della ricapitalizzazione delle banche europee.

Il 18 i tedeschi annunciavano di non attendersi un granché dall’incontro del 23. Questo ha lasciato i mercati nel dubbio che l’asse franco tedesco fosse veramente tale o se invece non ci fossero differenze sostanziali.

Qual'è LA differenza?

Si parlava di mantenere il livello del core tier 1 delle banche al 7% ma questo non avrebbe dato garanzie sufficienti ai mercati in caso di forti oscillazioni (oscillazioni, non default) dei titoli del debito di un paese grande come l'Italia.

[Il livello del 7% avrebbe molto aiutato gli istituti italiani che già raggiungevano tali requisiti e non si sarebbe arrivati a nuovi aumenti di capitale]

Adesso si è stabilito di portare il core tier 1 al 9% [anche le banche domestiche devono fare nuove operazioni di raccolta].

I tedeschi vogliono che le banche si rivolgano prima al mercato, poi che intervenga lo stato nazionale e in ultima istanza che intervenga l’EFSF. I francesi - che hanno gravi problemi di ricapitalizzazione bancaria - se dovessero intervenire con i fondi governativi perderebbero la tripla A e non solo. Quindi vogliono che sia anzitutto l'EFSF a ricapitalizzare le banche.

Ecco allora che i tempi dei vertici si dilatano perchè o Sarkò deve far accettare ai francesi la perdita del rating massimo sotto la sua presidenza o la Merkel deve spiegare ai tedeschi perchè devono mettere dei soldi nelle banche francesi. Intanto i mercati sono nell'incertezza.

L'Italia è il vaso di coccio tra vasi di coccio più robusti: siamo in grave difetto per l'inerzia di un governo incapace di governare, che sta ancora in piedi per assenza di chiare alternative.

Inoltre non credo che la Merkel si senta in dovere di divendere anche solo formalmente chi l'ha definita "cu...na inch...vabile". E va anche detto che il primo cittadino francese non è un gentleman.




lunedì 18 aprile 2011

L'alibi logico


Tempo addietro parlavo con un anziano venditore di automobili: mi diceva che aveva osservato come i clienti prima prendessero le decisioni e poi le "giustificassero".

Producevano cioè ex post una serie di ragioni per le quali era giusto fare come si era scelto.

Si creavano un "alibi logico".

Non ho potuto approfondire quali giustificazioni adducesse per spiegare questo comportamento, ma sono pienamente d'accordo.

I miei lettori più attenti si saranno accorti che in un certo senso sono epicureo: credo che il cervello umano tenda al piacere (inteso in modo differente per ciascuno di noi) e che lo persegua con implacabile determinazione, senza badare a quanto sia ragionevole il comportamento tenuto.



Se una persona, credendo di prendere l'autostrada per Roma imboccasse invece la direzione di Milano uscirebbe al primo casello ed invertirebbe la marcia, adirandosi per il tempo e la benzina buttati.

Verrebbe considerato curioso un atteggiamento del tipo: "Beh, visto che sono in strada per Milano faccio un giro fin lì e poi inverto verso Roma".


Questo succede abbastanza di frequente invece negli investimenti. E si creano gli alibi logici per evitare di cambiare la propria posizione.

Quante volte abbiamo comperato un titolo, e in caso di discesa siamo passati dal trading alla logica di lungo periodo per non "consolidare la perdita", ovvero per non dover ammettere a noi stessi di aver fatto una pessima scelta?

Chi non ha mai comperato "prodotto trappola"?

Intendo uno di quei prodotti che in collocamento viene pagato 100, e al primo giorno di quotazione viene prezzato a 90.

In genere si resta in posizione per non perdere quel famoso 10.

Quando alla scadenza, dopo 5 o 7 anni, finalmente riavremo i nostri soldi, saremo contentissimi di aver tenuto duro e non aver incassato la perdita.

Nel frattempo qualcun altro avrà usato i nostri soldi per sè.

martedì 22 febbraio 2011

A pensare male si commette peccato...


...ma spesso ci si azzecca, diceva Andreotti.


Così oggi faccio un pensiero malizioso.
Perché la Borsa Italiana non funziona? Problemi tecnici?


Che combinazione. Si blocca la Borsa del Paese più esposto verso la Libia. Ma non solo, è il Paese più traballante come debito pubblico e come stabilità politica.

Che fortuna questo guasto, poiché un forte sbandamento della nostra Borsa avrebbe potuto avere ripercussioni sulle altre Borse e ci si sarebbe potuti trovare davanti ad un nuovo pericolo di instabilità globale.

Meglio allora fermare tutto. Un guasto. Si sa che la tecnologia a volte fa degli scherzetti.

Ma questo panico è giustificato?

Non credo. Infatti a parte ENI che effettivamente ha grandi interessi in Libia, l'altro titolo che ha molto patito, Unicredit, non è così esposto.

E' vero che il 7% del capitale è in mano alla Libia, ma in effetti è difficile che lo vendano di colpo in una sola giornata. Non sono mica matti, né i rivoltosi né i detentori del potere.


Insomma il guasto di oggi serve più per fermare l'ondata di panico interna, ed evitare che una tragedia locale si trasformi in una catastrofe finanziaria.

venerdì 8 gennaio 2010

…che da Turani mi guardo io

, Cellino Associati SIM, Cellino e Associati SIM
Portando mio figlio a scuola ho preso l’abitudine di ascoltare una trasmissione radiofonica satirica, in onda su Radio Rai, e durante le recenti feste, quando potevo, la seguivo anche da casa.

Il 31 dicembre ho ascoltato un intervento di Giuseppe Turani, presentato come “autorevolissimo” giornalista economico.

Dopo buona una partenza, nella quale ha descritto in modo condivisibile la congiuntura economica gli è stato domandato: “come investirebbe 50.000 euro in questo momento?”.

Ha esordito asserendo che questo momento è “molto pericoloso” ed ha proseguito citando certi suoi amici che lo stavano consigliando di attendere la caduta dei prezzi in Borsa, che sarebbe avvenuta in gennaio, per investire in azioni.

Alla domanda del conduttore “Ah, ma le borse vanno giù a gennaio?” La tragica risposta è stata:
(TESTUALE)
“Pare di si, perché le stanno tirando su molto, è probabile che le portino su ancora un po’ e poi le mollino, perché… c’è una ragione… I gestori dei patrimoni hanno presentato ai loro clienti dei conti, nel 2008, da licenziamento in tronco; e ci tengono quest’anno a fare una figura un po’ migliore e poter dire ai clienti: “vedi ad inizio anno avevamo 100 e adesso abbiamo 120, siamo stati bravi, nonostante la crisi.”. Poi fatto quello lì, siccome i prezzi sono un po’ artificiali, si lascia andare tutto (giù) e poi abbiamo 12 mesi per occuparci della faccenda…”.

Ha concluso consigliando di acquistare il reddito fisso, che: “almeno non si perde nulla. Non si guadagna, ma non si perde”.

Al termine di questo “autorevole” intervento mi è tornato in mente Montanelli, che asseriva come i giornalisti economici fossero tali perché pagati poco, intendendo maliziosamente che erano compensati il giusto.

Potrei anche essere d’accordo sul fatto che il mercato possa arretrare nel primo trimestre dell’anno e che sia saggio consigliare genericamente i Titoli di Stato (anche se in realtà lui ha parlato di reddito fisso, che è altro), in modo da non dare creare danni.

Non voglio neppure polemizzare sul fatto che sarebbe stato opportuno - prima di emettere un consiglio di investimento - accennare a questioni non secondarie come gli orizzonti temporali e la propensione al rischio.

Rilevo però che dare consigli di investimento in tali condizioni pone nelle migliori condizioni per essere equiparati ai cartomanti e ai maghi.

Non entro neppure nel merito della questione se i prezzi attuali siano o meno così “artificiali”, sebbene un giornalista economico dovrebbe fare grande attenzione, poiché non è proprio così evidente che i prezzi siano gonfiati.

Le questioni che mi scandalizzano sono molto più semplici e molto più pericolose, da un punto di vista del “retto ragionare”, poiché risiedono in presupposti non dichiarati.

La prima è così incredibilmente palese da non essere evidente: chi di noi accetterebbe un consiglio medico da un giornalista che si occupa di medicina? Lo pretenderebbe da un medico.

Eppure nel caso della finanza non accade.

La seconda è più sofisticata: Turani parte - senza dichiararlo - dal presupposto che i prezzi oggi siano stati manipolati al rialzo. Inoltre l’impianto del discorso lascia intravedere che esiste una “longa manus” tale per cui i gestori di patrimoni sono riusciti a fare bella figura grazie a questa manipolazione.

Ma se ribaltiamo il discorso e ci chiediamo: “Per quale ragione questi gestori - che in qualche modo influenzano le azioni della “longa manus” - l’anno scorso non sono riusciti ad evitare la catastrofe, nonostante fossero supportati da tutte le Banche centrali ed i Governi del mondo?”

Che risposta dobbiamo darci? Che la “longa manus” funziona ad intermittenza?

O forse che la teoria complottista sul movimento pilotato dei mercati è ciarpame intellettuale?

E che figura fa lo stesso Turani che ha dipinto i mercati finanziari come una sorta di enorme bisca, dove lui ha degli “informatori”?

O trova delle ragioni solide per quello che dice o tutto questo dà adito al fiero sospetto che in questi anni non abbia capito di cosa stesse scrivendo, quando si occupava di finanza.

Se questa è la qualità del pensiero di un “autorevole” giornalista economico, aveva ragione Montanelli.

lunedì 30 novembre 2009

Il rally di Natale non sempre vale…

, Cellino Associati SIM, Cellino e Associati SIM
In questo periodo molti si chiedono se il famoso “rally di Natale” porterà buoni frutti.
Per cercare di rispondere mi sono posto la domanda:

“qual'è stata la performance dal 1/10 al 31/12 di ogni anno, negli ultimi due decenni, degli indici Eurostoxx 50 e S&P500?"

I dati sono riportati nella tabella n. 1.




In 22 anni gli indici hanno registrato 15 rialzi e 7 ribassi: ovvero un anno su tre il rally non è avvenuto.
Da un punto di vista qualitativo non è poca cosa.

Vediamo inoltre che il rialzo medio è positivo per entrambi gli indici, ma con valori molto differenti, così come sensibilmente differenti sono le deviazioni standard, cioè la dispersione attorno al risultato medio.


Ho poi immaginato una strategia di investimento molto semplice: comperare l’indice azionario il primo giorno lavorativo di ottobre (in chiusura) e rivenderlo il 31 dicembre o l’ultimo giorno utile del trimestre.

Nella tabella 2 si vede l’andamento del montante di un capitale iniziale pari a 100, investito secondo la strategia delineata. Faccio notare che i due montanti non sono comparabili: uno è in euro l’altro in dollari.


Osservando la morfologia della tabella 1 possiamo azzardare l’ipotesi che le annate negative o poco positive si presentano in anni di crisi economica: questo non mi pare un buon viatico per una conclusione gagliarda dell’anno in corso.
Infine desumiamo dai due valori finali (235.48 e 146.30) come questa strategia di investimento sia meno fruttuosa se applicata all’indice americano.
Peraltro questo fenomeno era già stato sottolineato nel post (http://epsilon-intervallo-grande.blogspot.com/2009/06/trilussa-e-sell-in-may-and-go-away.html).

Concludo con un monito per coloro i quali avessero la tentazione di implementare la strategia descritta sopra.
La tabella 3 mostra i rendimenti medi annui, in valuta locale, delle strategie di cui sopra: non sorprendentemente notiamo che si avvicinano alle medie calcolate in tabella 1.
La voce “indice” mostra invece il valore del montante ottenibile comperando l'indice Eurostoxx 50 il 1/10/1987 lasciando il capitale sempre investito: si ottiene un rendimento superiore, senza neppure contare il flusso dei dividendi.

Per lo S&P500 il montante ottenibile è ancora maggiore.

mercoledì 30 settembre 2009

L’amigdala e la Borsa

, Cellino Associati SIM, Cellino e Associati SIM

L’amigdala è la porzione del cervello che presiede ai comportamenti da tenere in caso di pericolo. E’ di così antica formazione che si assomiglia in quasi tutte le specie animali e nei rettili è una parte rilevante dell’intero cervello.

Poiché fronteggiare rapidamente una belva o un nemico era vitale, nel tempo, la natura ha selezionato gli individui con una amigdala più reattiva. Infatti le persone con temperamento più risoluto di fronte ad una minaccia hanno una maggior probabilità di sopravvivenza, in un mondo semplice.

Le decisioni prese con tale area sono veloci, ma approssimative.

Per ovviare a questo inconveniente l’uomo ha poi imparato a prendere decisioni con la corteccia cerebrale, i cui processi sono più lenti ma anche più accurati.

Oggi le minacce immediate e dirette alla nostra esistenza sono decisamente meno frequenti di un tempo, ma l’amigdala non lo sa e continua, talvolta, ad essere la protagonista silenziosa delle nostre reazioni. Può sembrare curioso, ma ancora oggi il cervello tende a trattare allo stesso modo la presenza di una tigre o un insulto ricevuto mentre guidiamo.


Cosa c’entra l’amigdala con gli investimenti?

Il mercato borsistico moderno mette nelle migliori condizioni chi desidera operare, anche impulsivamente. Così in Borsa talvolta l’investitore decide con l’amigdala anziché con la corteccia.

Al contrario nel mercato immobiliare - che per natura pone rilevanti vincoli all’implementazione rapida di una decisione – è possibile una rielaborazione della decisione.

Possiamo - alla luce di quanto esposto - interpretare anche in chiave fisiologica alcuni fenomeni borsistici.

Osservando il grafico di un titolo si nota come le discese siano molto veloci, in accordo con una azione che parrebbe imposta dall’amigdala, mentre le ascese in genere sono più lente e faticose, come i processi effettuati con la corteccia cerebrale.

Si potrebbe dire quindi che le discese sono decise dall’amigdala e le risalite della corteccia.

Qualcuno potrebbe far notare però che ci sono almeno due tipi di salita molto veloce:
- la vertiginosa ascesa finale dei prezzi al termine di una fase di crescita molto intensa;
- la repentina risalita che avviene dopo un declino maggiore (il famoso rimbalzo tecnico).

E’ vero ma sebbene non mi dilungherò su di essi posso affermare che mi paiono fenomeni compatibili con quanto sostengo in linea generale.


Cosa presiede declino di un titolo? Essenzialmente la paura di perdere denaro. E analogamente il motore di un rialzo così estremo da essere totalmente irrealistico è la paura di non guadagnare abbastanza.

Generalizzando, quando il mercato si muove con grande forza lo stress può subentrare alla rilassatezza e alla corteccia si sostituisce l’amigdala, che ci fa decidere rapidamente di sottrarci al pericolo percepito.

Moderare i violenti stimoli dell’amigdala è molto difficile e il compito di un buon consulente è quello di domare i propri istinti ed aiutare i clienti a gestire i loro.