Grazie allo stimolo del mio amico Ale butto giù qualche pensiero sulla Tobin Tax (d'ora in avanti TT) all'italiana.
La TT è una tassa che si applica (per es. percentualmente) sulle compravendite di valori mobiliari. Nella sua versione originale era stata concepita per limitare i movimenti valutari che sono prodromici a qualunque altra manovra finaniaria, sia di investimento sia speculativa.
Infatti per operare ci si deve procurare la valuta di quello specifico mercato.
Inoltre i movimenti maggiori dei mercati sono molto meno frequenti di quelli minori, e la "speculazione" in genere opera sui movimenti minori.
Quindi una piccola imposta sul cambio eleva il livello di profittabilità dell'operazione sottostante e potrebbe rendere non conveniente una operazione di breve termine.
La TT - se applicata universalmente - può essere effettivamente utile ad evitare che si muovano fortune per guadagnare sulle increspature di mercato e quindi a fare sì che la finanza perda il suo ruolo ancillare rispetto all'economia reale.
Quello che ho letto circa il progetto di questa versione della TT mi lascia un po' perplesso: ha l'aria di essere una patrimoniale mascherata, sulla scia del bollo sul deposito titoli.
Non vado troppo a fondo, sia per brevità sia perchè stiamo parlando del progetto della versione italiana della tassa, che dovrà poi armonizzarsi con la versione europea.
Ciò nonostante motivi di perplessità ce ne sono, eccome.
La TT 2012 era stata presentata in primavera come una imposta anti speculazione.
Oggi si parla di applicarla solo agli investimenti azionari.
Peccato che nelle ultime due estati i nostri politici si siano scagliati (peraltro sbagliandosi circa la natura del movimento) contro la speculazione sui titoli di Stato, non (prevalentemente) sulle azioni.
Direbbe il vecchio P.M. Di Pietro: "Ma come, fate una tassa anti speculazione e non includete l'oggetto della speculazione per cui vi siete stracciati le vesti?"
Una seconda osservazione deriva dalla critica arcinota che la TT farebbe defluire i capitali all'estero, là dove questa non è applicata.
Forse per questa ragione il legislatore ha deciso che di applicarla solo ai residenti. Per evitare il deflusso dei capitali.
Quindi un investitore estero non la paga.
Ma allora la speculazione internazionale (per es. la S.P.E.C.T.R.E.) potrebbe continuare ad intervenire impunemente con i propri capitali su un nostro titolo esattamente come oggi, tanto sulle azioni quanto sulle obbligazioni.
Però!
Chi paga la tassa alla fine?
Gli investitori in azioni residenti in Italia.
Vediamo come si comporta questa tassa: possiamo dividerli in tre categorie
- malati di trading
- investitori fai da te / cassettisti
- clienti del risparmio gestito
I primi facendo tante operazioni saranno tra i maggiori contribuenti (almeno in percentuale rispetto al patrimonio), e potrebbero decidere di rallentare il loro approccio al mercato.
Questo farà quasi certamente il loro bene, perché anche se le cose sono leggermente migliorate rispetto ad uno studio di 12 anni fa la massa di questi conti è perennemente in perdita. Non è un caso che li abbia definiti "malati".
I fai da te / cassettisti pagheranno un po', ma non molto, e comunque potranno anche loro decidere se diminuire il ritmo dell'operatività.
I clienti del risparmio gestito non hanno invece potere di influire su quanto pagheranno perchè c'è un gestore che decide quando operare.
I gestori diminuiranno presumibilmente la loro operatività in modo da dominare anche questa variabile, ma resta il fatto che così come è prospettata questa è una tassa sul risparmio che non è allocato sui titoli di Stato.
Qualcuno potrebbe obiettare
che la TT favorisce anche i bond societari, ma non è così.
Questi hanno una
aliquota fiscale del 20%, contro il 12,5% dei Titoli di Stato e quindi
non è facile trovare un corporate che renda meglio di un titolo del
debito pubblico.
Morale
Lo Stato si è dato un incentivo doppio. Drena risorse e facilita il collocamento dei suoi titoli e passa per essere il giustiziere della notte contro gli speculatori.
Ancora una volta l'arbitro partecipa alla partita e le regole se le fa lui.
P.S. Questo naturalmente deprimerà anche gli utili delle società bancarie.
Dedicato alla gestione e alla crescita del patrimonio per una clientela d'élite. Innovazione e tradizione al servizio dei tuoi investimenti.
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martedì 16 ottobre 2012
martedì 14 settembre 2010
Lo speculatore liquido – 2
Cellino Associati SIM, Cellino e Associati SIM
La scorsa settimana ho introdotto l’argomento e (adesso posso confessarlo) ho fatto una promessa vana. Difficilmente fotograferemo uno speculatore. Al massimo potremo fare un film.
Proviamo a circoscrivere la materia e a definire alcuni criteri potenzialmente riconducibili ad un comportamento speculativo.
Uno speculatore potrebbe essere definito tale in base
a) all’orizzonte temporale dell’operazione;
b) agli strumenti che usa;
c) alla direzione in cui opera;
d) alla variazione del valore oggetto dell’operazione;
e) al possesso (o meno) dei titoli oggetto dell’operazione;
f) alla numerosità delle operazioni fatte.
Sfortunatamente nessun criterio da solo mi pare conclusivo. Infatti
a) se le operazioni di qualche giorno sono speculative, qual è il numero di giorni oltre il quale l’operazione non è più speculativa?
b) Gli strumenti derivati (che permettono forti leve) sono appannaggio degli speculatori? Gli agricoltori o gli industriali che usano i futures per rendere certi i propri flussi di cassa non sarebbero d’accordo.
c) Operare in direzione opposta a quella prevalente è speculativo? E su quale orizzonte temporale si definisce la direzione prevalente? E quando si teme di essere al termine della tendenza prevalente è da speculatori vendere? E se poi la tendenza prosegue?
d) Chi effettua operazioni in previsione di movimenti minimi ed utilizza forti leve finanziarie per moltiplicare i guadagni è uno speculatore? Probabilmente si, ma come distinguerlo da chi chiude un’operazione in leva con una perdita o un guadagno marginali?
e) Chi vende allo scoperto (senza cioè avere le merci o i titoli) potrebbe essere considerato speculatore? Probabilmente si, anche se vi sono mercati considerati non speculativi dove si opera anche al rialzo senza avere i titoli.
f) Il numero delle operazioni effettuate è senza dubbio un indicatore importante, non a caso la famosa Tobin tax si dovrebbe basare su questo criterio. Tuttavia anche in questo caso è difficile stabilire un limite numerico al di sopra del quale si è speculatori, poiché la numerosità di operazioni potrebbe essere desiderabile per limitare la volatilità del patrimonio gestito cioè si utilizzerebbe una metodologia speculativa per fini non speculativi.
Prendendo in serie tutti questi criteri, in particolare quello dei punti e ed f probabilmente si riesce a mettere maggiormente a fuoco l’immagine dello speculatore. Eppure non è detto che gli speculatori siano un male, diversamente non si spiegherebbe perché la loro esistenza non venga debellata con misure draconiane.
I contorni sfuocati della vicenda creano la fortuna dei governanti e dei giornalisti. I primi possono implementare piani economici traballanti e avere una giustificazione già pronta in caso di fallimento, i secondi hanno una riserva inesauribile di pathos.
Il bottino di questa speculazione intellettuale è magro, come a volte capita anche in finanza: non sappiamo ancora bene chi sia uno speculatore ma abbiamo capito che non è facile attribuirne il titolo.
Concludo con l’unico punto che mi pare fermo: è prudente essere scettici di fronte all’evocazione mediatica degli “speculatori”.
La scorsa settimana ho introdotto l’argomento e (adesso posso confessarlo) ho fatto una promessa vana. Difficilmente fotograferemo uno speculatore. Al massimo potremo fare un film.
Proviamo a circoscrivere la materia e a definire alcuni criteri potenzialmente riconducibili ad un comportamento speculativo.
Uno speculatore potrebbe essere definito tale in base
a) all’orizzonte temporale dell’operazione;
b) agli strumenti che usa;
c) alla direzione in cui opera;
d) alla variazione del valore oggetto dell’operazione;
e) al possesso (o meno) dei titoli oggetto dell’operazione;
f) alla numerosità delle operazioni fatte.
Sfortunatamente nessun criterio da solo mi pare conclusivo. Infatti
a) se le operazioni di qualche giorno sono speculative, qual è il numero di giorni oltre il quale l’operazione non è più speculativa?
b) Gli strumenti derivati (che permettono forti leve) sono appannaggio degli speculatori? Gli agricoltori o gli industriali che usano i futures per rendere certi i propri flussi di cassa non sarebbero d’accordo.
c) Operare in direzione opposta a quella prevalente è speculativo? E su quale orizzonte temporale si definisce la direzione prevalente? E quando si teme di essere al termine della tendenza prevalente è da speculatori vendere? E se poi la tendenza prosegue?
d) Chi effettua operazioni in previsione di movimenti minimi ed utilizza forti leve finanziarie per moltiplicare i guadagni è uno speculatore? Probabilmente si, ma come distinguerlo da chi chiude un’operazione in leva con una perdita o un guadagno marginali?
e) Chi vende allo scoperto (senza cioè avere le merci o i titoli) potrebbe essere considerato speculatore? Probabilmente si, anche se vi sono mercati considerati non speculativi dove si opera anche al rialzo senza avere i titoli.
f) Il numero delle operazioni effettuate è senza dubbio un indicatore importante, non a caso la famosa Tobin tax si dovrebbe basare su questo criterio. Tuttavia anche in questo caso è difficile stabilire un limite numerico al di sopra del quale si è speculatori, poiché la numerosità di operazioni potrebbe essere desiderabile per limitare la volatilità del patrimonio gestito cioè si utilizzerebbe una metodologia speculativa per fini non speculativi.
Prendendo in serie tutti questi criteri, in particolare quello dei punti e ed f probabilmente si riesce a mettere maggiormente a fuoco l’immagine dello speculatore. Eppure non è detto che gli speculatori siano un male, diversamente non si spiegherebbe perché la loro esistenza non venga debellata con misure draconiane.
I contorni sfuocati della vicenda creano la fortuna dei governanti e dei giornalisti. I primi possono implementare piani economici traballanti e avere una giustificazione già pronta in caso di fallimento, i secondi hanno una riserva inesauribile di pathos.
Il bottino di questa speculazione intellettuale è magro, come a volte capita anche in finanza: non sappiamo ancora bene chi sia uno speculatore ma abbiamo capito che non è facile attribuirne il titolo.
Concludo con l’unico punto che mi pare fermo: è prudente essere scettici di fronte all’evocazione mediatica degli “speculatori”.
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