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venerdì 17 febbraio 2012

La democrazia attenuata 4/5

La politica rincorre l'economia? Ci aspetta una “democrazia oligarchica”?

Oltre alle osservazioni di Pareto e prima ancora dell'avvento della globalizzazione è la complessità del nostro mondo a porre nuovi interrogativi sul futuro della democrazia e dei suoi strumenti. Le problematiche alle quali sono chiamati a decidere i cittadini sono sempre più complesse e di respiro sempre più ampio.

Se possiamo illuderci – a mio avviso erroneamente - che un tempo fosse più facile per il popolo comprendere gli argomenti sui quali era chiamato a decidere, e se oggi fa sorridere che in alcuni cantoni svizzeri sia ancora necessario un plebiscito comunale per autorizzare gli ampliamenti delle abitazioni, credo sia oramai palese la distanza tra il corpo elettorale e gli argomenti sui quali è chiamato talvolta ad esprimersi.

Se comunque nel passato potevano essere concepibili e forse adeguati i meccanismi della democrazia diretta già dagli anni 80 del secolo scorso con l'ondata dei referendum popolari sull'abolizione del Ministero dell'Agricoltura e Foreste o del referendum sull'energia nucleare si capisce come le scelte alle quali la cittadinanza è chiamata a decidere diventino sempre di più ardua comprensione per il cittadino medio, che tende ad oscillare tra l'idealismo e un presunto pragmatismo.

Questa osservazione liquida la sostanza della democrazia intesa come “governo diretto del popolo” anche su porzioni minori delle decisioni politiche.

Se a quanto detto aggiungiamo l'ulteriore tessera del fenomeno recente della globalizzazione, che non può essere fermata o invertita, comprendiamo in pieno (l'almeno attuale) inadeguatezza delle istituzioni ereditate: a fronte di necessità globali quali la regolamentazione dell'inquinamento, lo sfruttamento delle risorse naturali, ma anche più “semplicemente” sulle scelte più adeguate per stabilizzare il sistema economico mondiale, si capisce come i gli ambiti nazionali siano diventati decisamente obsoleti.

In assenza di un afflato ideale le vicende politiche sono vissute dalla massa con fastidio o indifferenza, e se oggi è quindi visibile il declino della partecipazione o la radicalizzazione delle istanze - cavalcata da avventurieri che fanno del governo della polis una ignobile professione - diventa difficile immaginare che le vecchie regole possano produrre un miglioramento della situazione attuale o futura.

Ma anche se una certa parte del mondo fosse sensibile alle tematiche del buon governo avremmo sempre una ampia divergenza tra i popoli rappresentati ed informati e quelli non rappresentati e non informati. Non si può vagheggiare che la tecnologia possa aprire le porte ad una democrazia globale: da un lato metà della popolazione della Terra non ha mai acceso una luce elettrica e dall'altra parte non è possibile non rilevare l'azione di vaste organizzazioni economiche che nella tensione, lecita, di procurarsi vantaggi economici influenzano e deformano nelle masse la percezione della realtà, diventando quindi nuovi attori politici in senso ampio.

Possiamo trarre un esempio didascalico dal recente sviluppo tecnologico: dagli albori dell'informatica e fino a quando Windows è diventato lo standard di fatto del personal computing gli esperti sono sempre stati molto polemici riguardo al sostanziale monopolio della società di Redmond, poiché l'omologazione ha molteplici controindicazioni.

Oggi poi compare un fenomeno nuovissimo che affliggerà il mondo occidentale in modo ancora più pesante. Attualmente questa moda è attribuibile a questioni di competizione economica, ma come anticipato poc'anzi potrà essere cavalcata presto da parti politiche.

E' in atto la tendenza a sostituire i PC, che sono strumenti almeno potenzialmente versatili, dove l'utente ha un forte controllo della macchina, con una serie di altri hardware fortemente specializzati, dove l'utente non ha più controllo del sistema. Usando un innocente Iphone si abdica, per comodità o per moda, a certi diritti.

Mi spiego meglio: finché una lavatrice ha un insieme di programmi rigidi l'utente scambia la libertà di lavare come crede i propri panni con una grande semplicità d'uso e in questo caso il baratto è poco pericoloso. Quando si passa però dalla lavatrice a strumenti che permettono o meno la diffusione di contenuti intellettuali il baratto proposto (e spessissimo inconsapevolmente accettato) è quello tra essere “cool” e far decidere ad un altro quali flussi informativi devono raggiungermi.

In altri termini le “app” per i telefoni intelligenti che si scaricano gratuitamente sono sottoposte alla preventiva approvazione delle case detentrici dei sistemi. Queste arbitrariamente possono decidere quali “app” diffondere e di conseguenza selezionare la fruizione dei flussi informativi a proprio piacimento.

Per concludere: se un tempo si definiva “liquida” la società1 adesso il rischio è che diventi liquido il potere, ovvero che le decisioni siano prese non all'interno di gruppi esclusivi, ma, cosa infinitamente peggiore, da aggregazioni temporanee di potentati che non sono neppure in contatto diretto tra loro, ma semplicemente accomunati da convergenze contingenti.

Naturalmente questa possibilità comporta una tendenza all'entropia del sistema che è infinitamente maggiore rispetto a quella precedente. La lotta contro gli interessi del complesso militar industriale denunciato da Eisenhower diventa quasi un gioco da ragazzi, perché allora almeno si sapeva in che direzione guardare.

1Bauman Z., Modernità liquida, Bari, Laterza, 2003;

La democrazia attenuata 3/5

La disillusione di Pareto

Agli inizi del 20° secolo Pareto si propone di rifondare la sociologia partendo da due osservazioni: la prima è che nella maggior parte dei casi l'individuo si comporta in maniera non logica: per dirla in termini berniani Pareto osserva acutamente che siamo in balia del nostro Bambino.

La seconda deriva dalla constatazione che all'interno delle società vi sono gruppi che dispongono di potere e ricchezza ed altri che ne hanno quantità sensibilmente inferiori.

Evidentemente i tempi erano maturi e i padri della psicoanalisi non erano gli unici ad avvertire la necessità di allargare il raggio delle esplorazioni del comportamento umano.

Pareto quindi elabora una teoria delle élites dove sostiene che ogni società nel corso del proprio sviluppo ha dovuto misurarsi con il problema dello sfruttamento e distribuzione delle risorse scarse.

La creazione di élites è stata la risposta generale, declinata tramite differenti meccanismi sia di formazione sia di ricambio, a seconda delle strutture sociali e dei tempi1.

Pareto evidenzia come l'azione di gruppi organizzati possa influenzare pesantemente le vicende di una moltitudine, negando la sostanza della democrazia intesa come potere del popolo. Osservo tuttavia che il vantaggio della democrazia è di aver reso un po' meno irrazionali i meccanismi di formazione e rinnovamento delle classi dirigenti. Siamo passati dal diritto di sangue o divino a quello del popolo.

L’elitismo immagina quindi una società in cui le élites sono obbligate a competere per soddisfare i loro “clienti” e quindi è più efficiente di altre forme di governo.

Per certi versi l'elitismo ha una radice comune ai libertarismi “di sinistra” ma, mentre per gli elitisti le istituzioni statali sono una realtà che non si può mettere in discussione, per i libertari lo Stato è una creazione storica post medioevale. E' un’istituzione, o per usare una frase cara al giudice Falcone “E' un fatto umano e come tale ha avuto un’origine e avrà una fine”.

Per tornare all'analisi storica, temo che dopo gli anni 20 del Novecento chi avesse avuto l'illusione romantica che la scienza avrebbe potuto portare l'umanità verso nuove frontiere, non solo della tecnologia ma anche della felicità, avesse già molti elementi per per dubitarne, anche se naturalmente ex post tutto è molto evidente.

1Pareto V. Trattato di sociologia generale Curato da Busino G. UTET, Torino, 1988;

La democrazia attenuata 2/5

La democrazia liberale e la fuga in avanti dei libertarismi

Il pensiero liberale e le forme di governo che ne discendono sono estremamente robuste perché hanno trovato il giusto equilibrio tra la limitazione dell'individuo - che semplicemente non deve attentare in modo immediato e diretto alla vita e agli interessi dei propri simili - e la possibilità di comportarsi in modo istintuale, ovvero di lasciare che il proprio bias si esprima.

Ritengo che il pensiero liberale sia l'evoluzione darwiniana di un sistema dove - per ragioni che sarebbe troppo lungo esaminare - la produzione materiale è cresciuta moltissimo, rendendo inutile la forte rigidità sociale che è invece necessaria in altri contesti per assicurare la continuazione del sistema attraverso la salvaguardia del gruppo dirigente. La rigidità sociale diventa cioè un esoscheletro che, dato l'ambiente meno difficile, può essere abbandonato.

In sostanza limitando poco quelli che Keynes definiva gli “
animal spirits” i cittadini sono più liberi di agire, creando una maggior crescita economica che non poteva essere garantita dai sistemi più rigidi. In questo caso non mi riferisco solo alle economie pianificate, ma anche ai sistemi basati sul diritto consuetudinario o sulle caste.

La crescita economica così ottenuta consente ad una ampia parte dell'umanità, seppure in misure molto differenti, di conoscere agi impensabili fino a ieri. Tuttavia occorre rimarcare che nelle popolazioni più favorite non si presenta in modo naturale un dibattito sull'equità della distribuzione globale delle risorse e tanto meno si teorizza un sacrificio volontario a favore di un riequlibrio dei consumi.

Il liberalismo è nato in un periodo nel quale l'uomo si poteva immaginare come infinitamente piccolo nei confronti del creato e pertanto infinitamente libero. In seguito il progredire della consapevolezza del proprio impatto sull'ambiente ha necessariamente ridefinito il rapporto tra la specie e l'ecosistema che lo ospita; tuttavia in ambito politico ed economico non sono ancora copiosi i frutti di questa nuova consapevolezza.

Si potrebbe azzardare quindi che il liberalismo sia il frutto di una trappola cognitiva dell'uomo occidentale, reso cieco dalla scienza. O se si preferisce si potrebbe affermare che l'abbondanza di cui godiamo sia il ritorno sull'investimento generato dal ritrarsi della nostra consapevolezza di essere parte dell'Universo.

Queste considerazioni sono quelle più contingenti per noi, oggi, ma molte altre sono state esplicitate da almeno un secolo e mezzo, portando alla conclusione che era doveroso creare un sistema che non richiedesse pesantissimi tributi ai governati, in particolar modo agli “ultimi”.

Pertanto individui più sensibili della media hanno iniziato a disegnare progetti di sviluppo alternativi, tesi a “correggere” le conseguenze degli ultimi 500 anni di Storia.

Poiché come ho già detto l'istinto creativo risiede nel Bambino spessissimo questi disegni sono ingegnosi voli pindarici poggianti su fondamenta poco stabili.

Mi permetto di essere così pesantemente critico perché in tali teorizzazioni non si tiene conto della duplicità dell'animo umano e si tende a imporre modelli che, seppur animati dalle migliori intenzioni, non hanno possibilità concrete di realizzarsi, imponendo ancora una volta un copione solo perché è “razionale” e “giusto”.

Si voleva allora esportare “la giustizia” esattamente come oggi si vuole esportare la democrazia manu militari, quando invece è indispensabile una maturazione individuale e collettiva che naturalmente non può essere effettuata per via traumatica.

Tuttavia poiché il Bambino non ammette facilmente la propria sconfitta ecco che talune ideologie impiegano o giustificano il ricorso alla violenza pur di imporre il proprio progetto. Così anche un modello nato con velleità “biofile” può degenerare e ricorrere a metodi distruttivi.1

Non solo, occorre rimarcare che ogni progetto sociale deve essere interpretato da un gran numero di persone; naturalmente chi possiede un bias distruttivo e si ritrova ad avere una giustificazione morale per assecondare il proprio istinto, fino ad allora represso, diventerà particolarmente zelante e devoto alla “causa”.

In questo modo è possibile comprendere per quale ragione in caso di conflitti si trovino a frotte gli aguzzini e i torturatori.

1ricordo che una delle battaglie combattute da K. Popper è contro la tesi “dell'evidenza della verità”: se la verità fosse evidente negarla equivarrebbe a dichiarare di avere un vantaggio nel farlo (o se si preferisce la si negherebbe perché “posseduti dal demonio” o perché “ebreo” o “nemico del popolo”). Viene da sé che per contrastare tali categorie la soluzione necessaria per ristabilire la verità transiterebbe attraverso le “maniere forti”;

La democrazia attenuata 1/5

Questo è il primo di 5 post collegati relativi ai limiti della democrazia. Vi offro la riduzione di un lavoro più ampio che mi ha impedito di essere presente di recente con argomenti di attualità.

Si tratta di un lavoro decisamente tecnico reso ancora più ostico dal fatto che viene pubblicato in forma ridotta.

Complimenti vivissimi a chi riuscirà ad arrivare in fondo.

Se si esclude un manipolo di precursori, da Condorcet a Serge Latouche - il dibattito sui limiti della democrazia è questione relativamente recente: il mio contributo è teso a rimarcare il punto di vista, attinente alle ragioni “profonde” del successo e dei limiti del sistema politico ed economico occidentale, che è connesso alla struttura psicologica dell'uomo.

Anticipo in una battuta la conclusione: sfortunatamente, l'ampliamento dell'analisi a questi ambiti non induce all'ottimismo: se le mie osservazioni fossero, come ritengo siano, sostenibili, sarebbero invalidati alla radice parte degli strumenti concettuali fin qui usati per analizzare e modificare i sistemi sociali e politici. O, se si preferisce, in questo elaborato offro alcuni spunti non convenzionali di riflessione circa le cause del fallimento sia dell'analisi sia dell'azione politica quando si rivolge alla ricerca di sistemi alternativi rispetto all'attuale.

Secondo Erich Fromm1, ma non solo, l’uomo ha due driver comportamentali: uno biofilo ed uno distruttivo.

Se non si può affermare che Fromm abbia apportato concetti nuovi in merito alle forze che indirizzano i comportamenti umani, ha tuttavia il merito di evidenziare come ciascun essere, per ragioni fisiologiche e psicoanalitiche abbia una inclinazione predefinita che difficilmente può essere modificata.

Eric Berne, padre dell'analisi transazionale, è diventato famoso per aver intuito e giustificato in chiave psicologica che molta parte del comportamento socialmente accettato è una forma di “assicurazione collettiva” per permettere la stabilità delle comunità e la gratificazione degli individui.

Secondo Berne2 in ciascuno di noi albergano tre entità distinte, il Bambino, l'Adulto ed il Genitore. L'Adulto, almeno inizialmente, è visto come colui il quale presiede alla gestione della realtà contingente; è quello che “fa attraversare la strada... guidare l'automobile”. Non è cioè inteso come entità che deve mediare differenti istanze, a meno che non si tratti di banalità, come l'ordine con il quale fare le commissioni.

Il Genitore è una sorta di magazzino contenente tutti i nastri registrati che contengono precetti morali ma anche i rimproveri e le svalutazioni che abbiamo sopportato, con particolare riferimento alle esperienze infantili.

Il Bambino è anche l'istinto, la sede della creatività, del divertimento e dell'amore, ma anche dello spirito distruttivo. E' il motore, nel bene o nel male di ogni nostra iniziativa istintuale.

L'interazione tra queste tre parti genera la gamma dei comportamenti del singolo, mentre
i rapporti interpersonali possono essere spiegati con l'interazione tra le sei persone presenti nei due individui. In questo senso Berne nel suo classico “A che gioco giochiamo” propone una mappatura piuttosto completa delle interazioni sociali e degli scopi che queste si prefiggono.

E' ampiamente accettato dalla dottrina psicoanalitica che non riconoscere e gestire le proprie pulsioni non consente un approccio equilibrato alla vita, e come sostenuto da Daniel Goleman3 questo processo può essere, entro certi limiti, esteso anche ad una collettività.

Quindi tanto meno una società è consapevole delle proprie lacune4 e incapace di gestire i propri istinti, tanto maggiori sono le probabilità che non possa organizzarsi in modo costruttivo, sia in senso politico che sociale5.

1Fromm E. Anatomia della distruttività umana, Mondadori, Milano, 12 ristampa 1996;

2Berne E. A che gioco giochiamo, Fabbri, 19 ed. Bompiani Milano, 2004;

3Goleman D. Menzogna autoinganno illusione, BUR Milano, 1998;

4“Lacuna” è il termine che Goleman usa come equivalente per la collettività della nevrosi;

5Credo che in questo senso sarebbe di estremo interesse capire quanto la Shoah abbia traumatizzato il popolo ebraico e se la questione palestinese non sia anche una conseguenza “nevrotica” di tale trauma;

sabato 28 gennaio 2012

L'importanza delle riforme - il caso del ristorante della camera

Un esempio paradigmatico sul perchè l'Italia ha bisogno di regole nuove.

E' ampiamente noto che da poche settimane i parlamentari pagano il prezzo pieno al ristorante della Camera. Prima con il valore di un ticket restaurant pasteggiavano abbondantemente, anche se taluni si lamentavano della scarsa qualità.

Lo Stato sovvenzionava il ristoratore coprendo la differenza tra il prezzo di mercato ed il prezzo pagato. Ovvero con le nostre tasse offrivamo il pasto ai parlamentari.

Cosa accade adesso? I parlamentari pagano di tasca loro per i servizi richiesti e il numero di clienti è si ridotto così tanto che parte del personale è stato licenziato.

Naturalmente alcune persone si sono stracciate le vesti ed hanno tuonato: "Ecco a cosa servono le liberalizzazioni a fare disoccupati!".

Ma cosa è anche successo?

Poichè i parlamentari non hanno smesso di nutrirsi il lavoro dei ristoranti limitrofi è aumentato sensibilmente. Poichè il lavoro è aumentato i ristoratori avranno assunto all'incirca una quantità di persone identica a quella licenziata.


Non solo, adesso che pagano, i parlamentari hanno lo stimolo ad andare dove sono meglio serviti.

Chi sono i vincitori di questa storia?

I ristoratori che hanno aumentato il loro giro di affari, i contribuenti che non offrono più il pasto, i camerieri assunti.


Gli sconfitti sono
- i parlamentari, ma solo in parte perchè hanno finalmente un servizio confacente alle aspettative e la possibiltà di cambiare;
- i camerieri che non sono riusciti a farsi assumere. Ma s
e immaginassimo che tutti i vecchi camerieri sono stati nuovamente assunti potremmo affermare che l'eliminazione del sussidio è stata una vittoria per tutti.

Si potrebbe obiettare che le condizioni di lavoro ed economiche dei camerieri potrebbero essere peggiori. Ma se prima erano migliori godevano di un privilegio simile (per natura) a quello dei parlamentari, a carico nostro....


Quale morale possiamo trarre da questa storia?

Tutte le volte che si offre un sussidio (o si pone una barriera, come un dazio) si crea una distorsione del mercato. La distorsione è certamente costosa per la collettività e favorisce taluni a danno di tutti. Si tratta di capire se questi lo meritino davvero o meno.
Quindi attenzione a chi predica di mettere dazi o a chi offre sussidi.

Non sarebbe meglio avere un mercato efficiente con regole che non creino distorsioni e privilegi?

A me pare che Monti stia cercando di andare in quella direzione (molto tiepidamente).


Alla luce di questi fatti cosa pensare di certe categorie che scioperano per avere sussidi e cosa dire di chi li concede? Occorrerebbe entrare nel merito con estrema attenzione.


domenica 15 gennaio 2012

Nessun complotto anti euro

Un modo un po' diverso di vedere perchè l'Eurozona si è presa la bocciatura di S&P.

Nelle passate settimane ho accennato in più riprese alle cause della crisi dell'eurozona.


Ho accennato fin da ottobre/novembre al fatto - ribadito da S&P nelle motivazioni del downgrade di venerdì - che la politica di rigore da sola non ci avrebbe salvati.

Oggi provo a rappresentare in modo impreciso ma molto diretto perchè la Germania ha interessi contrapposti a quelli del sud Europa.

Prego come sempre gli eventuali lettori più tecnici di stendere il solito velo.

Esiste una relazione (curva di Phillips) che anche se contestata (specie da Friedman) è utile per rappresentare in modo semplice il conflitto di interessi tra noi ed i tedeschi.

Questa curva mette in relazione l'inflazione e la disoccupazione.

Saltando l'enunciato di alcune ipotesi possiamo scrivere che

INFL = INFLi - [a*(U-Un)]

Ovvero che l'inflazione (INFL) è pari all'inflazione di ieri (INFLi) meno un rapporto tra un certo coefficiente (a) e la differenza tra il tasso di disoccupazione attuale (U) e quello naturale (Un).

Il tasso di disoccupazione attuale è quello che immaginate e il cui valore sentite alla televisione.

Il tasso NATURALE di disoccupazione è una sorta di impronta digitale del Paese.

E' una percentuale (che varia di Paese in Paese e nel tempo) che rappresenta una caratteristica dell’economia: dipende dalla tecnologia, dalle preferenze dei lavoratori, dalle caratteristiche istituzionali del mercato del lavoro...

Un paese efficiente ha un tasso naturale di disoccupazione più basso di un paese bizantino e per un lavoratore è meglio vivere in un paese dal tasso di disoccupazione strutturale basso: ha più possibilità di trovare lavoro.

Nei paesi dove invece si favoriscono gli amici degli amici il di più che viene dato a questi viene tolto ad altri che non trovano lavoro.

Non ci crederete ma la Germania ha un tasso naturale di disoccupazione più basso di quello dell'Italia o della Spagna o della Grecia.

Facciamo un esempio numerico:

l'inflazione domani sarà pari all'inflazione di ieri (3%) meno la differenza tra il tasso effettivo ed il tasso naturale moltiplicato per un coefficiente che immaginiamo essere 0.5, giusto per non complicarci la vita.

Poniamo che il tasso di disoccupazione sia 11% e il tasso naturale 6%.

INFL = INFLi - [a*(U-Un)]

INFL = 3% - [0.5*(11%-6%)] = 0.5%

L'inflazione domani scenderà (diciamo in modo approssimativo che la gente non lavora non ha soldi non spende e quindi i prezzi scendono).

Se invece avessimo la disoccupazione al livello naturale il secondo membro dell'equazione cioè [0.5*(6%-6%)] si azzererebbe e quindi l'inflazione di domani sarebbe uguale a quella di ieri.

Quindi produrre occupazione produce inflazione.

Come dicevo il tasso naturale di disoccupazione è l'impronta digitale del Paese: ogni Paese ne avrà uno proprio, Eurolandia ne avrà uno suo ancora differente dai singoli Paesi.

E' plausibile immaginare che il nord Europa abbia tassi naturali bassi e il sud li abbia più alti.

Quindi se il Nord impone assenza di inflazione il sud crea disoccupazione e viceversa.


LE CONCLUSIONI

  • Se la disoccupazione nei paesi leader dell'Unione è bassa e vicina al tasso naturale i politici locali non hanno interesse a fare politiche inflazionistiche perchè perderebbero il proprio posto. L'inflazione è malvista da una popolazione ricca e virtuosa specie se non porta vantaggi.
  • Il sud Europa ha necessità assoluta di fare riforme strutturali (che come tali non possono essere implementate in 6 mesi o 1 anno); chi si mette di traverso fa solo i propri interessi, non quelli del Paese.
  • La politica europea deve essere comunitaria altrimenti i rischi di rottura sono enormi.

S&P declassandoci ha detto che non crede che la Merkel cambierà idea, quindi che o si romperà l'euroarea o in alternativa che l'economia sarà così malridotta da rendere dubbia la solvibilità di molti Paesi.


domenica 1 gennaio 2012

Le catene dell'Italia

Buon anno!

Dedico il primo post del 2012 ad una ricognizione dei problemi che affliggono il nostro Paese.

E' un lavoro un estremamente superficiale e ciononostante lungo, ma mi auguro che lo troviate comunque interessante.



Gli obiettivi che mi pongo:
  • mostrare che qualsiasi governo ha una serie limitata di scelte se non vuole mandare in malora il Paese, ed il costo politico è altissimo.
  • La cattiva politica degli ultimi 20 - 30 anni (del governo ma anche dell'opposizione) ha creato danni immani (e sfortunatamente ancora adesso non ne subiamo appieno i costi).
  • Offrire alcuni elementi per costruire un pensiero critico che permetta di esaminare le azioni future del governo e valutare le dichiarazioni dei politici.


Prego come sempre gli eventuali i lettori più tecnici di essere clementi, che questo lavoro dovrebbe essere fatto da una squadra di tecnici validi (e non da me) e dovrebbe avere l'ampiezza di un librone.



Un minimo di macroeconomia



A) Gli italiani lavorano tutto l'anno, ma cosa producono tutti insieme? Il PIL.

Immaginiamo una economia familiare.
Papà e mamma guadagnano perché lavorano, cioè impiegano tempo e capacità, unitamente ad un po' di strumenti materiali (capitale).

Formalmente si afferma che il reddito è funzione del lavoro e del capitale Y = f(K,L)

Gli economisti hanno individuato alcune espressioni dove, se inserisco quante ore lavoro e quanto capitale adopero, "sputano fuori" quanta ricchezza viene prodotta in un anno nel Paese.


B) Come viene usato il reddito prodotto (PIL)?

Viene impiegato per
i consumi "C" (mangiare, vestirsi), per gli investimenti "I" (più o meno corrispondenti alle rate della macchina e della lavatrice), per istruzione, sanità, difesa "G". Infine una quota andrà a remunerare la domestica che ci aiuta a pulire la casa, poichè noi proprio non possiamo farcela da soli (diciamo che importiamo un servizio "estero").

Formalmente il tutto si descrive con l'equazione Y = C+I+G+NX

Questa formula dice che la nuova ricchezza Y prodotta oggi anno da un Paese (il PIL) è pari a tutto quello che si consuma (C) più tutto quello che si investe (I) più tutto quello che spende lo Stato (G) più la differenza tra importazioni ed esportazioni (NX).


C) Come possiamo calcolare il consumo?

Il Paese consuma C, una frazione del reddito, tolte le tasse.


Formalmente si scrive C= c*(Y-T) dove "c" è l'"inclinazione" al consumo e T sono le tasse.

Ovviamente più le tasse sono elevate e minore è il reddito disponibile per il consumo
. Per questo si dice che aumentare le tasse è depressivo. In realtà non è strettamente vero, a priori. Infatti se l'aumento delle tasse fosse speso "bene" si potrebbe creare una richiesta di beni maggiore (o migliore) rispetto a quella prodotta dalla domanda di beni da consumare. Quindi la manovra potrebbe anche essere espansiva. Ma oggi non siamo in quella situazione.

-o-

Con queste tre formulette possiamo mettere a nudo i nodi dell'Italia e capire cosa ci dovremo aspettare, nonché smascherare le fole che ci vengono variamente propinate dai politicanti di turno.


Tanto per dare un'idea delle grandezze in gioco sappiate che:
  1. il PIL ed il debito pubblico italiani valgono sui 1700 e 1900 mld di euro ciascuno (arrotondando per eccesso).
  2. Negli (almeno) ultimi 20 anni la politica economica è sempre stata fatta aumentando T per aumentare G (che però era gestita in modo molto inefficiente, per compensare le categorie sociali che sostenevano i governi che si sono succeduti).
  3. Dagli anni 80 del secolo scorso è anche aumentato molto rapidamente il debito pubblico, sempre per espandere G. E non è vero che dal 1990 abbia smesso di crescere o che sia sceso.


Adesso che abbiamo gli strumenti arrivano le DOMANDE

1) Perché siamo nei guai?

Perchè mancano i soldi. Cioè Y è troppo piccolo oppure (C+I+G+NX) è troppo grande.


2) Cosa si può fare?

Ovviamente aumentare Y e diminuire una o più voci C,I,G,NX.



Aumentare Y

Questa strada eviterebbe di imporre tagli alla spesa: sembra una strada ragionevole per chi ha l'obiettivo di essere rieletto.


Dall'equazione della produzione
Y = f(K,L) vediamo che per aumentare Y occorre aumentare e/o L e K. Cioè occorre
  • far lavorare di più i lavoratori (gli elettori) e/o
  • aumentare l'efficienza del lavoro e/o
  • aumentare gli investimenti.

Ma se siamo in crisi non possiamo permetterci di aumentare gli investimenti, non ci sono soldi!

Occorrerà allora far lavorare di più chi già lavora, aumentando orari di lavoro e alzando l'età della pensione (poco popolare vero?) e poi occorre cercare di far lavorare chi non sta lavorando.


Voi buttereste dei soldi dalla finestra? Non credo. E neppure gli imprenditori. Quindi se non vedono le condizioni per investire non investono. Ma se non investono non ci sono nuovi posti di lavoro.

Uno dei modi per convincere gli imprenditori ad investire
è offrire forza lavoro qualificata e flessibile (si potrebbe anche dare loro incentivi ma non ci sono i soldi e nel passato questa tecnica non ha dato sempre buoni risultati).

Questo vale soprattutto per gli imprenditori piccoli e medi che non hanno la forza delle multinazionali, che con il proprio peso alla fine se la sfangano.

In Italia abbiamo due categorie di lavoratori, che, come Epulone e Lazzaro sono separati da un abisso incolmabile. Quelli "vecchia maniera" sono molto protetti. I cosiddetti precari sono invece abbandonabili, terminata l'esigenza produttiva contingente. Questi ultimi sono perennemente sospesi nel vuoto. Non hanno tutele quindi non consumano molto se non sono spalleggiati dai genitori, quindi non si fanno una famiglia, oppure se hanno una professionalità spendibile vanno all'estero.

E' quindi abbastanza ragionevole che il governo cerchi di ridurre le differenze tra le due categorie nella speranza di invogliare gli imprenditori ad investire e a creare posti di lavoro, perché quando un imprenditore ha investito difficilmente lascia improduttivo il proprio impianto. E questa è la vera garanzia per il Paese.

Il governo oggi deve barattare le sicurezze di pochi con l'opportunità di lavoro per molti di più, se tutto va bene, ma la strada è lunga ed irta di ostacoli: il rischio è che si faccia una riforma troppo rivolta al passato.

I sindacati in un'ottica di gestione del proprio orticello sono stati fino ad oggi molto rigidi nel difendere strenuamente
i lavoratori più tutelati, paralizzando ogni tentativo di riforma. Capisco che la materia sia delicata ma è curioso vedere come i sindacati, anche di sinistra, si comportino in modo pesantemente conservatore. E non è detto che il governo, ammesso che voglia veramente fare una riforma dirompente, riesca a farla.

Se gli interventi sul mercato del lavoro non sono facili si potrebbe tentare di aumentare l'efficienza del lavoro, per esempio snellendo la burocrazia, anche se è un lavoro lungo e difficile. Ma è anche politicamente difficile: questa pratica sottrae potere a certe categorie che gestiscono il consenso.

Abolire le Provincie? Ohibò!
Abolire gli enti inutili (che non solo costano ma che spesso erogano autorizzazioni inutili complicando la vita di chi lacvra)? Solo un dato: su 34.000 enti potenzialmente eliminabili individuati nel 2009 (da Calderoli) ne sono stati liquidati 24.


Allora proviamo a introdurre la concorrenza nei servizi, tagliamo su notai, avvocati, farmacie, tassisti... Ma cosa accade? Rivolte bipartizan in Parlamento
.



Diminuire C, I, G, NX.

Cosa tagliamo?
  • Tagliamo a 0 la scuola? Per avere tra 10 o 20 anni una marea di persone poco colte che dirigeranno il Paese? E i pochi bravi che andranno all'estero? E la reazione dei sindacati della scuola? Però alla fine il peso elettorale di chi usa la scuola è relativamente piccolo e quindi i tagli del sistema scolastico sono una opzione praticabile (come si è visto).
  • Tagliamo a 0 la Sanità che è all'incirca il 60% del bilancio di una Regione? E poi gli amici dove li metto? E soprattutto in un Paese che ha una età media così alta di certo un politico di professione non può farlo.
  • Tagliamo a 0 la Difesa, che al 60% è costituita da stipendi ed è un 2-3% del PIL? Qualcuno lo chiede, ma non si rosicchierebbe molto.
  • Tagliamo gli interessi sul debito pubblico (facciamo un default)? E poi i rinnovi dei nostri 1900 mld di euro chi li sottoscrive?
  • Gli investimenti possono essere tagliati che nel breve non se ne accorge nessuno, salvo poi accorgersi troppo tardi che le nostre infrastrutture fanno pena e non possiamo competere con la Germania; poi non basta un colpo di reni per risolvere la situazione...
Il buon senso direbbe di tagliare gli sprechi. Vero.

Un solo dato.


Secondo la Corte dei Conti nella Pubblica Amministrazione
ci sono non meno di 70 miliardi all'anno di malversazioni, non sprechi, gli sprechi vengono dopo.

Mi permetto pensare male e credere che questo fenomeno sia organico all'attuale sistema: quei soldi sono la remunerazione che in qualche modo la politica si procura e che offre a chi la sostiene, tanto a destra quanto a sinistra.


La strada "praticabile" per pareggiare i conti è ridurre i consumi, e il modo più diretto per farlo è aumentare le tasse, che poi però ingrassano una spesa pubblica inefficiente. Inoltre l'aumento delle tasse aumenta la convenienza all'evasione.

Il governo Monti in questo senso per adesso è nella scia dei suoi predecessori. Come lo stesso Monti ha ammesso. Adesso vedremo gli "atti voluti".

Resta ancora da esaminare il saldo tra importazioni ed esportazioni, che quando avevamo la lira poteva essere in qualche modo ridotto facendo scivolare il cambio, con altre controindicazioni che non predo in esame. Ma adesso, come convincere gli italiani a comperare italiano e non tedesco, specie se a parità di prezzo il prodotto tedesco è meglio (ed è meglio in parte perchè i tedeschi hanno un paese più competitivo e più infrastrutturato)?


Qualsiasi governo serio dovrà affrontare questi problemi, e non ho neppure toccato la questione del rientro del nostro debito pubblico extralarge e che è previsto (dai trattati europei) in calo forzato del 5% all'anno per i prossimi 20 anni.

In queste condizioni l
a politica non ha interesse a mettere la propria faccia sulle manovre che si spera serviranno a salvare l'Italia. Inoltre Monti non può uscire vincitore da questa sfida o diventerebbe un concorrente temibile della classe attuale.

Ritengo che la nostra salvezza - ammesso che giunga - arriverà con un processo di dimagrimento degli interessi politici che danneggi equamente tutti i potentati e che tuttavia lasci sperare alla classe attuale di non essere spazzata via. In caso contrario chi si riterrà troppo danneggiato "staccherà la spina" invocando qualche improbabile vulnus della sovranità popolare, mentre invece pensa solo a sè stesso.


Il ruolo della Politica

La politica "buona" dovrebbe dire agli elettori: "Signori, questi sono i conti e con questi conti possiamo permetterci questo O quest'altro.".
Tipicamente la sinistra dovrebbe offrire più servizi sociali e la destra meno tasse.

Oggi in Italia si vedono invece due partiti conservatori che ingrassano i propri orticelli a spese della collettività presente e futura proponendo ricette che favoriscano i loro elettorati a danno degli altri.

Capite che dopo questa riflessione molte affermazioni dei politicanti diventano letame, comprese quelle di chi prende le distanze da tutto questo.

  • In genere mettere i dazi alle merci (cinesi) NON aumenta il reddito dell'Italia: i dazi fanno solo spendere di più agli italiani, però aiutano certe categorie. ;-)
  • Una rigidissima regolamentazione del mercato del lavoro aiuta solo chi è "dentro" ed è esattamente come sparare sui barconi di immigrati, solo che non si usa il piombo e quindi è meno plateale.
  • "Far pagare la crisi alle banche" è una espressione priva di significato. Se le banche saltano le aziende chiudono per mancanza di finanziamenti e allora poi si ride davvero (Quello che occorre fare è evitare che i vertici delle banche siano decisi dalla politica. Per es. se facessimo una patrimoniale bella pesante sulle fondazioni bancarie in modo che chi ha il potere bancario strapaghi la sua posizione?)
  • "Non ho messo le mani nelle tasche degli italiani". Questa è la più bella. Ha differito i problemi del Paese e ha fottuto noi e i nostri figli.
  • "Non dovevamo aderire all'euro". L'euro ci ha permesso di avere 10 anni di tassi bassi. Avremmo potuto impiegare i risparmi sugli interessi per appianare il debito pregresso e ristrutturarci (come la Germania). Invece i tassi bassi hanno invogliato a fare nuovi debiti per comperare consenso.


I silenzi della politica


  • Perchè mai nessun politico ha tagliato i propri privilegi (ristorante a parte)?
  • Perchè non è mai stata fatta una legge sul conflitto di interessi?
  • E pensare alle dismissioni del patrimonio pubblico (quello che serve per gestire il potere) per appianare il debito?
  • E una rimodulazione sostanziale della sconcia legge sui rimborsi delle spese elettorali?


Concludo affermando che prima di lamentarci di Monti è meglio che
  • attendiamo ancora un poco e vediamo cosa riesce a fare;
  • ripensiamo all'arroganza e all'ignoranza di chi ha fatto politica negli ultimi anni e alla nostra responsabilità nell'averli votati o sopportati, per pigrizia.