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venerdì 13 novembre 2020
venerdì 20 settembre 2019
Gli immobili sono l’investimento del futuro?
Per ascoltare l'audio clicca qui
Gli italiani sono amanti delle case e hanno avuto ben ragione per almeno 50 anni.
Solo nei recenti decenni le condizioni che hanno portato a questo successo sono cambiate, ma non tutti se ne sono resi conto. Proviamo a fare il punto.
L’Italia ha avuto una gran fame di case: prima per la ricostruzione dopo la guerra, poi per il movimento verso le grandi città, con particolare riferimento a quelle industriali; infine per dare un tetto ai figli e alle nuove famiglie che si formavano.
Vista questa propensione i politici si sono ben guardati dal tassare significativamente gli immobili, contribuendo alla loro popolarità. Ma non solo, l’Italia ha convissuto per lustri con una inflazione altissima e gli immobili, ma anche gli investimenti in Borsa, hanno difeso brillantemente il capitale investito. Per questo e per altri motivi le case hanno conquistato il cuore degli italiani
Oggi però le condizioni sono cambiate.
La crescita economica dei paesi occidentali è calata; la crescita demografica anche. L’inflazione latita in tutto l’occidente. La demografia in declino indica che non c’è più fame di case e i nostri eredi dovranno fronteggiare l’”imbuto immobiliare”, (vi invito a vedere la mia puntata in merito) cioè il fatto che avranno molte più case di quelle che potranno servire loro.
Le dismissioni inizieranno come sempre dagli asset meno pregiati, le case di campagna dei nonni, le case al paese di origine, le seconde case poco sfruttate...
Esattamente come nelle crisi di Borsa: i titoli “buoni” sono venduti per ultimi.
Questo vuol dire che sul mercato ci saranno in vendita molte case e per molti anni, anche in funzione delle vicende personali quali divorzi e perdita del lavoro.
In più le esigenze di bilancio pubblico impongono un inasprimento della fiscalità anche sugli immobili.
In questo scenario le sole case che probabilmente sono una opzione, di se non di investimento, almeno di minore danno, sono le prime case. Infatti sono fiscalmente un po’ più al riparo per motivi politici e permettono di evitare un esborso per l’affitto. Si potrebbe genericamente affermare che la somma dei vantaggi psicologici derivanti dalla nostra cultura assommati a quelli finanziari è probabilmente positiva in questo caso.
Nel futuro è possibile immaginare una maggiore instabilità economica che colpirà i nostri figli ed è probabile che vivranno quindi anche una maggiore incertezza in termini di flussi di reddito. Poiché le case sono, per definizione investimenti che richiedono flussi di reddito sia per le manutenzioni sia per pagare le tasse, il loro possesso potrebbe diventare un problematico: una fonte di preoccupazione piuttosto che di sicurezza.
Infine occorre considerare l’illiquidità dell’investimento: un immobile ha tempi di realizzo decisamente lunghi e se si ha fretta di vendere il sacrificio di prezzo che si deve sopportare potrebbe non essere banale.
Quindi prima di comprare un immobile o di donarlo ad un erede forse sarebbe opportuno valutare se non dismetterlo e regalargli un fondo pensione, che probabilmente potrebbe essere più vicino alle sue esigenze future.
venerdì 12 luglio 2019
venerdì 8 febbraio 2019
Pensioni e Inflazione
Spesso mi sono sentito chiedere: voglio un investimento che protegga il capitale e mi faccia avere una rendita periodica. Proprio come con il BTP decennale che mi è appena scaduto.
Quando chiedevo: Ma lo sa che con il suo BTP non ha protetto il capitale? La gente mi guardava perplessa e replicava. Ma mi hanno ridato indietro i miei 1000 euro…
Si ma 1000 euro di oggi non valgono quanto quelli di 10 anni fa.
E ma cosa vuole che sia, l’inflazione è bassa…
A quel punto producevo al volo una tabellina in excel che mostrava come si svalutasse un capitale solo grazie all’inflazione. Una inflazione “tedesca” al 2% all’anno per 10 anni fa all’incirca il 20%.
E non è una cosa da poco, solo che non ce ne accorgiamo perché il movimento è lento.
Se mia nonna avesse messo in cassaforte il suo primo biglietto da 100 euro oggi varrebbe ci comprerebbe merce per una cifra che varia tra 70 e gli 80 euro.
Quando chiedevo: Ma lo sa che con il suo BTP non ha protetto il capitale? La gente mi guardava perplessa e replicava. Ma mi hanno ridato indietro i miei 1000 euro…
Si ma 1000 euro di oggi non valgono quanto quelli di 10 anni fa.
E ma cosa vuole che sia, l’inflazione è bassa…
A quel punto producevo al volo una tabellina in excel che mostrava come si svalutasse un capitale solo grazie all’inflazione. Una inflazione “tedesca” al 2% all’anno per 10 anni fa all’incirca il 20%.
E non è una cosa da poco, solo che non ce ne accorgiamo perché il movimento è lento.
Se mia nonna avesse messo in cassaforte il suo primo biglietto da 100 euro oggi varrebbe ci comprerebbe merce per una cifra che varia tra 70 e gli 80 euro.
Questa osservazione banale ha una serie di implicazioni assolutamente non banali.
La prima è che ogni momento è buono per iniziare ad investire almeno per difendersi dall’inflazione. I mercati adesso non sono favorevoli li lascio sul conto… è una affermazione priva di buon senso. Ha senso avere una strategia di investimento che comprenda anche la liquidità, ma è una cosa molto differente.
Attenzione poi ai piani pensionistici naive. Ammettiamo di fare il seguente ragionamento. Oggi vado in pensione e ho 350 mila euro per la mia pensione integrativa. Allora mi compero 400 mila euro nominali di BTP marzo 2047 che oggi valgono 89 e mi sono procurato il reddito integrativo lordo di 10 mila euro all’anno. Ho una aspettativa di vita di 25 anni. I miei figli si beccano pure l’eredità. Lasciamo perdere i discorsi sulla solvibilità del creditore, ragioniamo sempre su un livello di inflazione “tedesco”. Tra 25 anni quel capitale varrà il 60% circa di quello che vale adesso. E la rendita delle cedole pure. Quindi adesso quella cedola mi fa comperare beni e servizi per 800 euro al mese, tra 10 anni saranno 650, tra 20 saranno 530 e tra 28 saranno 450. Inoltre i miei figli incasseranno l’equivalente di 230 mila euro di oggi e non di 400 mila.
E tutto questo senza che in 28 anni ci sia anche una minima fiammata inflazionistica.
Se pensiamo alla nostra storia di futuri pensionati probabilmente siamo tutti sicuri di avere necessità di una integrazione alla pensione pubblica. Ma non tutti forse hanno in mente un progetto a più stadi come si fa per i missili. Mi spiego meglio: potrebbe essere opportuno pianificare non solo di avere una pensione integrativa, ma di avere più riserve, non necessariamente tutte pensionistiche, proprio come si progetta un missile a più stadi.
Concludo con una considerazione relativa alle politiche di governo, non solo di questo ma di tutti i recenti governi. Se mi avete seguito fino a qui avrete capito per quale ragione il blocco della rivalutazione delle pensioni sia una misura così ambita dai governi. É una tassa importante in termini quantitativi che sfila i soldi in modo poco percettibile.
Concludo con una previsione: è ragionevole ipotizzare una vita molto difficile per chi aderisce a quota 100, perché anche se le pensioni basse vengono rivalutate, resta il differenziale tra l’inflazione e lo stile di vita effettivo, che ammettiamo prudentemente essere anche solo dell’1% all’anno. Questo porta tra 25 anni ad una svalutazione del 20% almeno. Quindi se adesso i neo pensionati percepiscono 1000 euro tra 25 anni la capacità di spesa, nonostante la rivalutazione dell’inflazione sarà minore di almeno un quarto.
Concludo con una previsione: è ragionevole ipotizzare una vita molto difficile per chi aderisce a quota 100, perché anche se le pensioni basse vengono rivalutate, resta il differenziale tra l’inflazione e lo stile di vita effettivo, che ammettiamo prudentemente essere anche solo dell’1% all’anno. Questo porta tra 25 anni ad una svalutazione del 20% almeno. Quindi se adesso i neo pensionati percepiscono 1000 euro tra 25 anni la capacità di spesa, nonostante la rivalutazione dell’inflazione sarà minore di almeno un quarto.
martedì 26 giugno 2012
L'Italia fuori dall'euro? IMPROBABILE
Oggi non intendo entrare nella diatriba se sia meglio per l'Italia restare dentro l'euro o uscirne. Il discorso sarebbe lungo e non ho il tempo.
Mi limiterò ad evidenziare quanto sia IMplausibile ad oggi una uscita dall'euro.
C'è un modo molto semplice, alla portata di tutti, per verificarlo.
Il rendimento di una obbligazione è il tot. richiesto al debitore per
- remunerare il capitale
- vederlo coperto dal rischio di (non) rimborso
- vederlo coperto all'inflazione.
Prendiamo per esempio il BTP 15/4/2016 il cui rendimento a scadenza è 4.66%.
Per prestare i soldi all'Italia per 4 anni gli investitori vogliono questo rendimento.
Compariamo questo titolo al BTP Italia 26/3/2016 che rende a scadenza il 3.38%.
La differenza è circa 1.3%.
Che cosa rappresenta? Sappiamo che il primo BTP non protegge dall'inflazione, mentre il secondo protegge integralmente l'investitore dalla inflazione italiana.
Il merito di credito è il medesimo poichè il debitore è lo stesso. L'orizzonte temporale pure. Quindi 1.3% è la stima annuale dell'inflazione italiana da qui al 2016 che i PROFESSIONISTI degli investimenti considerano attendibile.
A questo punto una domanda (facile): è plausibile che questo tasso di inflazione attesa sia compatibile con l'uscita dall'Euro? Sono tassi di inflazione da (ritorno alla) lira?
A questo punto a Tancredi di Marzio non resta che evocare club Bildenberg, gli ufo e i Maya pur di "dimostrare" che il mercato sta sbagliando, che le quotazioni dei mercati sono manipolate e invece lui ha ragione.
Mi limiterò ad evidenziare quanto sia IMplausibile ad oggi una uscita dall'euro.
C'è un modo molto semplice, alla portata di tutti, per verificarlo.
Il rendimento di una obbligazione è il tot. richiesto al debitore per
- remunerare il capitale
- vederlo coperto dal rischio di (non) rimborso
- vederlo coperto all'inflazione.
Prendiamo per esempio il BTP 15/4/2016 il cui rendimento a scadenza è 4.66%.
Per prestare i soldi all'Italia per 4 anni gli investitori vogliono questo rendimento.
Compariamo questo titolo al BTP Italia 26/3/2016 che rende a scadenza il 3.38%.
La differenza è circa 1.3%.
Che cosa rappresenta? Sappiamo che il primo BTP non protegge dall'inflazione, mentre il secondo protegge integralmente l'investitore dalla inflazione italiana.
Il merito di credito è il medesimo poichè il debitore è lo stesso. L'orizzonte temporale pure. Quindi 1.3% è la stima annuale dell'inflazione italiana da qui al 2016 che i PROFESSIONISTI degli investimenti considerano attendibile.
A questo punto una domanda (facile): è plausibile che questo tasso di inflazione attesa sia compatibile con l'uscita dall'Euro? Sono tassi di inflazione da (ritorno alla) lira?
A questo punto a Tancredi di Marzio non resta che evocare club Bildenberg, gli ufo e i Maya pur di "dimostrare" che il mercato sta sbagliando, che le quotazioni dei mercati sono manipolate e invece lui ha ragione.
domenica 15 gennaio 2012
Nessun complotto anti euro
Un modo un po' diverso di vedere perchè l'Eurozona si è presa la bocciatura di S&P.
Nelle passate settimane ho accennato in più riprese alle cause della crisi dell'eurozona.
Ho accennato fin da ottobre/novembre al fatto - ribadito da S&P nelle motivazioni del downgrade di venerdì - che la politica di rigore da sola non ci avrebbe salvati.
Oggi provo a rappresentare in modo impreciso ma molto diretto perchè la Germania ha interessi contrapposti a quelli del sud Europa.
Prego come sempre gli eventuali lettori più tecnici di stendere il solito velo.
Esiste una relazione (curva di Phillips) che anche se contestata (specie da Friedman) è utile per rappresentare in modo semplice il conflitto di interessi tra noi ed i tedeschi.
Questa curva mette in relazione l'inflazione e la disoccupazione.
Saltando l'enunciato di alcune ipotesi possiamo scrivere che
INFL = INFLi - [a*(U-Un)]
Ovvero che l'inflazione (INFL) è pari all'inflazione di ieri (INFLi) meno un rapporto tra un certo coefficiente (a) e la differenza tra il tasso di disoccupazione attuale (U) e quello naturale (Un).
Il tasso di disoccupazione attuale è quello che immaginate e il cui valore sentite alla televisione.
Il tasso NATURALE di disoccupazione è una sorta di impronta digitale del Paese.
E' una percentuale (che varia di Paese in Paese e nel tempo) che rappresenta una caratteristica dell’economia: dipende dalla tecnologia, dalle preferenze dei lavoratori, dalle caratteristiche istituzionali del mercato del lavoro...
Un paese efficiente ha un tasso naturale di disoccupazione più basso di un paese bizantino e per un lavoratore è meglio vivere in un paese dal tasso di disoccupazione strutturale basso: ha più possibilità di trovare lavoro.
Nei paesi dove invece si favoriscono gli amici degli amici il di più che viene dato a questi viene tolto ad altri che non trovano lavoro.
Non ci crederete ma la Germania ha un tasso naturale di disoccupazione più basso di quello dell'Italia o della Spagna o della Grecia.
Facciamo un esempio numerico:
l'inflazione domani sarà pari all'inflazione di ieri (3%) meno la differenza tra il tasso effettivo ed il tasso naturale moltiplicato per un coefficiente che immaginiamo essere 0.5, giusto per non complicarci la vita.
Poniamo che il tasso di disoccupazione sia 11% e il tasso naturale 6%.
INFL = INFLi - [a*(U-Un)]
INFL = 3% - [0.5*(11%-6%)] = 0.5%
L'inflazione domani scenderà (diciamo in modo approssimativo che la gente non lavora non ha soldi non spende e quindi i prezzi scendono).
Se invece avessimo la disoccupazione al livello naturale il secondo membro dell'equazione cioè [0.5*(6%-6%)] si azzererebbe e quindi l'inflazione di domani sarebbe uguale a quella di ieri.
Quindi produrre occupazione produce inflazione.
Come dicevo il tasso naturale di disoccupazione è l'impronta digitale del Paese: ogni Paese ne avrà uno proprio, Eurolandia ne avrà uno suo ancora differente dai singoli Paesi.
E' plausibile immaginare che il nord Europa abbia tassi naturali bassi e il sud li abbia più alti.
Quindi se il Nord impone assenza di inflazione il sud crea disoccupazione e viceversa.
LE CONCLUSIONI
S&P declassandoci ha detto che non crede che la Merkel cambierà idea, quindi che o si romperà l'euroarea o in alternativa che l'economia sarà così malridotta da rendere dubbia la solvibilità di molti Paesi.
Nelle passate settimane ho accennato in più riprese alle cause della crisi dell'eurozona.
Ho accennato fin da ottobre/novembre al fatto - ribadito da S&P nelle motivazioni del downgrade di venerdì - che la politica di rigore da sola non ci avrebbe salvati.
Oggi provo a rappresentare in modo impreciso ma molto diretto perchè la Germania ha interessi contrapposti a quelli del sud Europa.
Prego come sempre gli eventuali lettori più tecnici di stendere il solito velo.
Esiste una relazione (curva di Phillips) che anche se contestata (specie da Friedman) è utile per rappresentare in modo semplice il conflitto di interessi tra noi ed i tedeschi.
Questa curva mette in relazione l'inflazione e la disoccupazione.
Saltando l'enunciato di alcune ipotesi possiamo scrivere che
INFL = INFLi - [a*(U-Un)]
Ovvero che l'inflazione (INFL) è pari all'inflazione di ieri (INFLi) meno un rapporto tra un certo coefficiente (a) e la differenza tra il tasso di disoccupazione attuale (U) e quello naturale (Un).
Il tasso di disoccupazione attuale è quello che immaginate e il cui valore sentite alla televisione.
Il tasso NATURALE di disoccupazione è una sorta di impronta digitale del Paese.
E' una percentuale (che varia di Paese in Paese e nel tempo) che rappresenta una caratteristica dell’economia: dipende dalla tecnologia, dalle preferenze dei lavoratori, dalle caratteristiche istituzionali del mercato del lavoro...
Un paese efficiente ha un tasso naturale di disoccupazione più basso di un paese bizantino e per un lavoratore è meglio vivere in un paese dal tasso di disoccupazione strutturale basso: ha più possibilità di trovare lavoro.
Nei paesi dove invece si favoriscono gli amici degli amici il di più che viene dato a questi viene tolto ad altri che non trovano lavoro.
Non ci crederete ma la Germania ha un tasso naturale di disoccupazione più basso di quello dell'Italia o della Spagna o della Grecia.
Facciamo un esempio numerico:
l'inflazione domani sarà pari all'inflazione di ieri (3%) meno la differenza tra il tasso effettivo ed il tasso naturale moltiplicato per un coefficiente che immaginiamo essere 0.5, giusto per non complicarci la vita.
Poniamo che il tasso di disoccupazione sia 11% e il tasso naturale 6%.
INFL = INFLi - [a*(U-Un)]
INFL = 3% - [0.5*(11%-6%)] = 0.5%
L'inflazione domani scenderà (diciamo in modo approssimativo che la gente non lavora non ha soldi non spende e quindi i prezzi scendono).
Se invece avessimo la disoccupazione al livello naturale il secondo membro dell'equazione cioè [0.5*(6%-6%)] si azzererebbe e quindi l'inflazione di domani sarebbe uguale a quella di ieri.
Quindi produrre occupazione produce inflazione.
Come dicevo il tasso naturale di disoccupazione è l'impronta digitale del Paese: ogni Paese ne avrà uno proprio, Eurolandia ne avrà uno suo ancora differente dai singoli Paesi.
E' plausibile immaginare che il nord Europa abbia tassi naturali bassi e il sud li abbia più alti.
Quindi se il Nord impone assenza di inflazione il sud crea disoccupazione e viceversa.
LE CONCLUSIONI
- Se la disoccupazione nei paesi leader dell'Unione è bassa e vicina al tasso naturale i politici locali non hanno interesse a fare politiche inflazionistiche perchè perderebbero il proprio posto. L'inflazione è malvista da una popolazione ricca e virtuosa specie se non porta vantaggi.
- Il sud Europa ha necessità assoluta di fare riforme strutturali (che come tali non possono essere implementate in 6 mesi o 1 anno); chi si mette di traverso fa solo i propri interessi, non quelli del Paese.
- La politica europea deve essere comunitaria altrimenti i rischi di rottura sono enormi.
S&P declassandoci ha detto che non crede che la Merkel cambierà idea, quindi che o si romperà l'euroarea o in alternativa che l'economia sarà così malridotta da rendere dubbia la solvibilità di molti Paesi.
venerdì 26 novembre 2010
Tu non vuò fà l'americano
La canzoncina di Carosone è stata riproposta (e massacrata) recentemente in versione tecno, diventando il tormentone dell'estate.
Il tormentone dell'inverno invece potrebbe diventare la Merkel che non vuole fare l'americana.
A grandi linee la situazione dei paesi industrializzati potrebbe essere definita in questo modo: tassi di crescita modesti e debito pubblico elevato.
In una situazione come questa ci sono due modi per uscirne. O aumentare il tasso di crescita dell'economia e pagare i debiti pregressi o ridurne il valore in qualche modo.
Un modo per ridurre il valore del debito è svalutare la propria moneta (sul fronte esterno) e creare inflazione (su quello interno).
Pare proprio che gli americani comperando i loro titoli di Stato (la famosa manovra di quantitative easing) vogliano andare in questa direzione.
Invece i tedeschi che hanno una paura atavica dell'inflazione (poichè nel primo dopoguerra, il fenomeno in Germania aveva assunto dimensioni spaventose) spingono l'Europa a scegliere la seconda via, quella del rigore, delle tasse e della vita parca.
Solo che una moneta forte inserita in un contesto economico inadeguato può condurre ad alti tassi di disoccupazione. Un prezzo politico eccessivo per molti stati.
Al momento gli unici che trovano questa situazione una manna sono i tedeschi: l'euro debole crea ancor maggiore competitività ai loro prodotti.
Il mio post http://epsilon-intervallo-grande.blogspot.com/2010/05/le-coppie-di-verdone-e-leuro.html
aveva già affrontato l'argomento, in modo più macchiettistico
Il tormentone dell'inverno invece potrebbe diventare la Merkel che non vuole fare l'americana.
A grandi linee la situazione dei paesi industrializzati potrebbe essere definita in questo modo: tassi di crescita modesti e debito pubblico elevato.
In una situazione come questa ci sono due modi per uscirne. O aumentare il tasso di crescita dell'economia e pagare i debiti pregressi o ridurne il valore in qualche modo.
Un modo per ridurre il valore del debito è svalutare la propria moneta (sul fronte esterno) e creare inflazione (su quello interno).
Pare proprio che gli americani comperando i loro titoli di Stato (la famosa manovra di quantitative easing) vogliano andare in questa direzione.
Invece i tedeschi che hanno una paura atavica dell'inflazione (poichè nel primo dopoguerra, il fenomeno in Germania aveva assunto dimensioni spaventose) spingono l'Europa a scegliere la seconda via, quella del rigore, delle tasse e della vita parca.
Solo che una moneta forte inserita in un contesto economico inadeguato può condurre ad alti tassi di disoccupazione. Un prezzo politico eccessivo per molti stati.
Al momento gli unici che trovano questa situazione una manna sono i tedeschi: l'euro debole crea ancor maggiore competitività ai loro prodotti.
Il mio post http://epsilon-intervallo-grande.blogspot.com/2010/05/le-coppie-di-verdone-e-leuro.html
aveva già affrontato l'argomento, in modo più macchiettistico
giovedì 29 aprile 2010
Kapròs e Kavolòs
Cellino Associati SIM, Cellino e Associati SIM
Più penso alla situazione greca e più immagino che l'exit strategy sarà pasticciata, per salvare capra e cavoli (da qui il titolo del post).
Gli economisti della scuola classica sono per il fallimento. Altri economisti, memori della lezione Leheman sono per l'intervento, che tuttavia potrebbe essere eccessivamente gravoso.
Vediamo già ora come sia difficile per i governanti tedeschi spiegare ai loro perchè finanziare la "bella vita" dei greci; vediamo anche le difficoltà dei governanti greci ad imporre troppe lacrime e sangue.
La soluzione sarà di compromesso: dividere i sacrifici per non perdere tutto.
Dopo lunghe trattative e meditazioni si converrà con unanime soddisfazione che agli ellenici è stato imposto il massimo carico possibile oltre il quale si corre il rischio di una eccessiva instabilità sociale. Ma poichè oggettivamente questo non basterà sarà necessario ristrutturare il debito pubblico greco. Una riduzione del 25% -30% del valore nominale dei titoli.
Così tutti saranno vincitori.
I greci perderanno un po' la faccia, ma non dichiareranno default e non dovranno cambiare radicalmente stile di vita.
I loro governanti potranno continuare con le loro pastette.
I detentori di titoli ellenici tireranno un sospiro di sollievo.
Gli altri paesi europei non metteranno una valanga di soldi nelle casse ateniesi, e di questi tempi non è poco. Inoltre si apre un precedente interessante nel caso in cui... dovesse servire.
L'euro patirà in termini di forza relativa e questo aiuterà concretamente le esportazioni tedesche, e dunque anche gli alemanni avranno il loro tornaconto, oltre ad aver fatto la figura dei virtuosi.
La speculazione internazionale guadagnerà fiumi di denaro con la svalutazione dell'euro.
L'inflazione da costi si accenderà, permettendo una riduzione del valore reale del debito pubblico accumulato fin qui.
Gli americani riaffermeranno che l'unica moneta solida è il dollaro (in realtà sono balle), e permetterà loro di emettere un fiume di titoli che nominalmente non renderanno nulla ma che saranno comperati per le attese di rivalutazione sul corso della divisa.
I politici americani saranno grandemente rassicurati dal fatto che, parafrasando Metternich, "l'Europa è una espressione sulla carta geografica", poichè non è riuscita a risolvere un problema che riguardava un Paese che rappresenta meno del 3% del PIL europeo.
I cinesi ne prenderanno atto e faranno shopping in Europa prezzi migliori degli attuali e tratteranno le faccende che contano con gli americani, considerandoci dei graziosi soprammobili.
E tutti vissero felici e insolventi.
Più penso alla situazione greca e più immagino che l'exit strategy sarà pasticciata, per salvare capra e cavoli (da qui il titolo del post).
Gli economisti della scuola classica sono per il fallimento. Altri economisti, memori della lezione Leheman sono per l'intervento, che tuttavia potrebbe essere eccessivamente gravoso.
Vediamo già ora come sia difficile per i governanti tedeschi spiegare ai loro perchè finanziare la "bella vita" dei greci; vediamo anche le difficoltà dei governanti greci ad imporre troppe lacrime e sangue.
La soluzione sarà di compromesso: dividere i sacrifici per non perdere tutto.
Dopo lunghe trattative e meditazioni si converrà con unanime soddisfazione che agli ellenici è stato imposto il massimo carico possibile oltre il quale si corre il rischio di una eccessiva instabilità sociale. Ma poichè oggettivamente questo non basterà sarà necessario ristrutturare il debito pubblico greco. Una riduzione del 25% -30% del valore nominale dei titoli.
Così tutti saranno vincitori.
I greci perderanno un po' la faccia, ma non dichiareranno default e non dovranno cambiare radicalmente stile di vita.
I loro governanti potranno continuare con le loro pastette.
I detentori di titoli ellenici tireranno un sospiro di sollievo.
Gli altri paesi europei non metteranno una valanga di soldi nelle casse ateniesi, e di questi tempi non è poco. Inoltre si apre un precedente interessante nel caso in cui... dovesse servire.
L'euro patirà in termini di forza relativa e questo aiuterà concretamente le esportazioni tedesche, e dunque anche gli alemanni avranno il loro tornaconto, oltre ad aver fatto la figura dei virtuosi.
La speculazione internazionale guadagnerà fiumi di denaro con la svalutazione dell'euro.
L'inflazione da costi si accenderà, permettendo una riduzione del valore reale del debito pubblico accumulato fin qui.
Gli americani riaffermeranno che l'unica moneta solida è il dollaro (in realtà sono balle), e permetterà loro di emettere un fiume di titoli che nominalmente non renderanno nulla ma che saranno comperati per le attese di rivalutazione sul corso della divisa.
I politici americani saranno grandemente rassicurati dal fatto che, parafrasando Metternich, "l'Europa è una espressione sulla carta geografica", poichè non è riuscita a risolvere un problema che riguardava un Paese che rappresenta meno del 3% del PIL europeo.
I cinesi ne prenderanno atto e faranno shopping in Europa prezzi migliori degli attuali e tratteranno le faccende che contano con gli americani, considerandoci dei graziosi soprammobili.
E tutti vissero felici e insolventi.
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