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sabato 23 novembre 2024

La Banana di Cattelan: Una Riflessione sul Valore delle Cose


La vendita della famosa banana di Maurizio Cattelan, fissata a un muro con del nastro adesivo e battuta all'asta per oltre 6 milioni di dollari, ha suscitato reazioni forti. Ma, invece di indignarci, non sarebbe più utile porci alcune domande fondamentali sul concetto di valore?

Chi decide il valore di un bene o un servizio? Nel nostro sistema economico, il valore non viene stabilito da considerazioni morali, ma da dinamiche di mercato. Domanda e offerta regolano i prezzi, che si tratti di una banana trasformata in opera d’arte o di un servizio professionale. Non è forse questo lo stesso principio che accettiamo quotidianamente per valutare il nostro lavoro o i prodotti che compriamo?

E quanti tra i critici di questa vendita, operano in un sistema diverso? Immagino che molti degli indignati lavorino in contesti dove il prezzo non solo non riflette il costo reale, ma ciò che il mercato è disposto a pagare, il valore soggettivo. 

E quanti tra costoro pensano bene delle criptovalute? Quanti di coloro che si scandalizzano per la banana di Cattelan non avrebbero alcuna remora a investire in Bitcoin o altre criptovalute? Anche lì il valore non è intrinseco, ma determinato dalla percezione collettiva. Una moneta virtuale va bene, ma un’opera d’arte concettuale no?

E quanti sono contro il salario minimo? Quanti sostengono che il mercato debba decidere quanto vale il lavoro di un individuo, ritenendo "ingiusto" fissare un salario minimo? Se accettiamo che il valore di una giornata di lavoro sia lasciato alla discrezione della domanda e dell’offerta, perché lo stesso principio non dovrebbe applicarsi a un’opera d’arte?

E che dire dei calciatori? Non è curioso che non ci sia scandalo per le cifre astronomiche spese per gli stipendi dei giocatori? Perché un’opera d’arte come quella di Cattelan è "immorale", ma 100 milioni di euro per un contratto sportivo sono accettabili? Non è forse lo stesso mercato a stabilire entrambe le cifre?

Infine, vogliamo davvero un sistema che decida per noi il valore "giusto" delle cose? Se un’autorità “superiore” stabilisse quanto una banana può costare o quale sia il prezzo corretto di un servizio, non saremmo forse in una forma di dittatura economica? Non perderemmo così la libertà di scegliere e di attribuire valore in base alle nostre priorità?

In definitiva, la banana di Cattelan per chi non sa nulla di arte diventa uno stimolo a riflettere sul significato del valore e sulle nostre stesse contraddizioni. Se un collezionista è disposto a pagare milioni per quella banana, non è forse una scelta legittima, guidata dalle stesse dinamiche che accettiamo in tanti altri ambiti della vita?

Per quanto mi riguarda, non avrei acquistato la banana di Cattelan neanche per 10 euro. Non ne riconosco il significato artistico, sebbene ne riconosca la genialità e la profondissima ironia, e sbagliando non avrei consigliato ad un mio cliente di comperarla, perché preferisco investire in beni significativi. E tra questi non comprendo né l’arte né le criptovalute, entrambe soggette a fluttuazioni imprevedibili e dipendenti dalle percezioni del momento.

venerdì 18 febbraio 2022

Salvador e Bitcoin, Falkland. Quale lezione per l'investitore?

 


il cervello umano ha una percezione del rischio che è asimmetrica. E’ avverso al rischio se sta guadagnando ma è incline alle perdite se sta già perdendo. E questo è importante perchè...

clicca qui per vedere il video


venerdì 17 dicembre 2021

Non emozionarti. Centra il bersaglio!


Per guardare il video clicca qui https://youtu.be/jPuIxVjh-00


Nel nostro mondo, quello dell’abbondanza le caratteristiche tecniche non vendono. Le motivazioni di acquisto sono altrove, nelle emozioni. 

venerdì 25 giugno 2021

La pizza e gli investimenti

 


Durante i recenti lock down, alcuni – ed io sono tra questi - si sono dedicati alla pizza. Come me avranno visto decine di video su youtube e poi fatto esperimenti di impasto e lievitazione. Saranno diventati esperti di forza della farina, di processi di lisi delle proteine, di maturazione e poi di cottura. Molti alla fine avranno sperimentato che il risultato ottenuto,- alla faccia di quello che ci avevano detto nei video - non era identico a quello della pizzeria. Vuoi perché il forno non era quello giusto, vuoi perché le materie prime non erano quelle indicate, vuoi perché ci vuole un po’ di esperienza anche solo a stendere la pizza... Così oggi, dopo il lock down, quando voglio mangiare una ottima pizza vado in una buona pizzeria, dove posso scegliere tra almeno una trentina di gusti differenti. E la pizza è sempre al massimo livello. Adesso se togliamo la parola pizza e mettiamo la parola investimenti vi propongo di ripetere il ragionamento.


venerdì 14 maggio 2021

Le bollette ci fanno investire male




Vi siete mai chiesti perché le banche non fanno pagare commissioni per pagare le bollette della luce e del telefono? Perché sono buone? No. Perché hanno cambiato pelle.

venerdì 16 aprile 2021

Investire da adulti

 


Clicca qui per vedere il video

Essere investitori adulti vuol dire non comperare d’impulso il primo oggetto che ci sembra bello. E il problema non è trovare uno strumento per investire su un certo mercato, ma trovare il mercato sul quale investire.


venerdì 5 marzo 2021

Investire è come nuotare


Una persona terrorizzata dal tenere la testa sott’acqua deve quindi per forza restare attaccata allo scoglio o al salvagente, perché non ha altre opzioni. Queste persone non godranno mai del mare o della piscina fino in fondo.


venerdì 10 aprile 2020

Cresci o muori


Clicca qui per ascoltare il video
Quando un governante o un aspirante tale dice: “I soldi per 
fare questo ci sono” afferma che o l’economia è in crescita e 
allora i soldi per fare quello che dice ci potrebbero essere, si 
tratta di fare i conti se bastano; o l’economia non è in 
crescita e allora per fare quella certa cosa o si taglia altrove o
si fa debito.

venerdì 14 febbraio 2020

Chi ti cura?


"Curare", in italiano è un verbo che viene usato genericamente. Altre lingue sono più precise. Ad esempio in inglese ci sono due verbi: "Cure" e "care". Partendo da questa osservazione mostro che una volta in banca 30 e rotti anni fa c'era cura per il cliente mentre adesso le condizioni sono cambiate ed è strutturalmente quasi impossibile averne.

https://youtu.be/clcr8MayCUE

venerdì 14 giugno 2019

Carige e le sue sorelle



Qui puoi ascoltare l'audio

#1. Quante banche sono andate in crisi?
Tra il 1995 ed il 2015 100 banche sono andate in crisi in Italia. La metà non è poi fallita ma l’altra metà si. Qualcuno se ne è accorto? Non credo.
Perchè? Prevalentemente perchè si trattava di piccole banche locali che sono state comperate da banche maggiori. E oggi?
Cosa succede quando una banca va in crisi?

#2. Come funziona una banca?
Facciamo un passo indietro. Una banca è un ganglio vitale dell’economia. Lo spiego con un esempio rapidissimo.
Ho 100 euro e li verso in banca. La banca sa che statisticamente se tiene euro 10 euro su 100 a mia disposizione per i prelievi è tranquilla. Potrà prestare gli altri 90.
E ad es. li presta ad una impresa che li usa per pagare il suo unico dipendente. Questo signore li riporta nella stessa banca versando nel suo deposito 90. E la banca ripete il gioco e potrà rimetterne in circolazione 80. E li presterà al verduriere, che pagherà il suo fornitore all’ingrosso, che li verserà nuovamente. La banca ne tratterrà 10 e gli altri 70 li presterà
e così via fino ad azzerare la cifra. Si lo so sembra la canzone di Branduardi...

Quindi possiamo dire che
banche creano denaro a condizione che la gente si fidi della loro solidità. Affinché le banche siano affidabili devono tenere una quantità di soldi sempre disponibili per i prelievi della clientela.
Capite quindi che quei soldi di
riserva devono esserci sempre. Se “evaporano” la banca fallisce e i soldi che credevamo avere depositato al sicuro in banca non ci sono più.
E questo non è un male solo per il depositante. E’ che la banca,
nel tentativo di salvarsi, chiederà il rientro immediato dai prestiti che ha erogato, facendo fallire le aziende che hanno ricevuto i fidi. Queste a loro volta non pagheranno più gli stipendi e i dipendenti non pagheranno più le rate del mutuo e dell’auto. Il crash locale di una banca rischia di diventare globale.

Questa è la ragione per cui le banche tedesche e francesi 10 anni fa erano in crisi nera: La loro riserva era in titoli greci che non si sapeva se fossero stati rimborsati. Oggi se dovesse capitare con i BTP sarebbe un bagno non dissimile per le nostre banche.

Quindi quando si affronta un crack bancario occorre stare attenti a non fare troppi danni. E soprattutto non ci si deve arrivare. Per questo ci si organizza con tutte le soluzioni possibili.

#3. Come si difende un risparmiatore?
Al di là delle tecnicalità ovvero se preferire la liquidazione coatta amministrativa come sta avvenendo oggi in Italia piuttosto che applicare la BRRD, il risparmiatore deve capire come difendersi. Un modo facile è
associare un colore ad ogni investimento che gli viene proposto.


Le azioni delle banche sono di colore rosso fuoco. In caso di guai sono le prime che vengono azzerate. Mentre per una impresa industriale fallita alla fine restano le macchine ed i capannoni, il capitale di una banca è proprio quel determinato pezzo di capitale che come dicevo prima deve sempre esserci. Se non c’è più la banca va in crisi. Le azioni rappresentano quel pezzo di capitale che è il primo a ballare. Poi ci sono le obbligazioni subordinate che hanno un colore arancione acceso. Finito di azzerare il capitale si azzerano le obbligazioni a partire da quelle subordinate, cioè quelle meno garantite quelle che rendono di più. Tanto per intenderci se le avete è perchè vi hanno convinto a comperarle dicendo: “ma figurati se la banca fallisce…”.


Poi ci sono le obbligazioni senior che hanno un colore arancione chiaro, e poi i depositi sopra i 100 mila euro che sono di un arancio ancora più pallido.

Ma attenzione perchè non finisce qui. Ci sono un sacco di altri crediti minori che potrebbero essere coinvolti.
Prendete i famosi certificates, quelli di cui vi parlo ogni tanto, quelli che sono delle scommesse, che pagano delle finte cedole finchè le cose vanno bene e quando le cose vanno male vi portano via una bella fetta di capitale. Questi oggetti in genere sono soggetti a bail in, ovvero vengono decurtati in caso di insolvenza della banca un po’ come se fossero obbligazioni arancione acceso.

Avete delle scadenze? Preparatevi per tempo altrimenti, al momento, comprerete quello che vi verrà messo sotto il naso, e non saprete se state comperando un investimento rosso, uno arancione o di chissà quale altro colore.



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mercoledì 12 giugno 2019

venerdì 12 aprile 2019

L’Italia a cavallo della tigre deve preoccupare anche i risparmiatori


Nonostante il vigoroso rimbalzo dei mercati e la politica monetaria ritornata di nuovo accomodante le preoccupazioni di fine anno non sono scemate. Vediamo alcuni aspetti.


  • La fragilità del debito italiano. Non è l’importo in sé e volendo neanche il rapporto debito Pil ad essere preoccupante. Estremizzando molto non esiste un punto di non ritorno, non è un confine fisico superato il quale “si muore”: semplicemente se una grandezza - il debito – cresce più della grandezza che serve per ripagarlo – il PIL – questo diventa insostenibile alla lunga. 
  • Il debito pubblico italiano ha elevata vita residua e questo concede a chi governa pro tempore l’illusione di essere in grado di non restare con il cerino in mano, e quindi rimanda gli interventi necessari ma dolorosi. E prima che gli elettori capiscano che la situazione è compromessa passa molto tempo. E quando se ne accorgono sarà tardi per fare qualcosa.
  • Ci sono almeno due modi per per rendere sostenibile un debito. Pagarlo facendo dei sacrifici o non pagarlo. Poiché nessun governo ha avuto la forza di imporre i sacrifici, prima di tutto a sé stesso tagliando la macchina elefantiaca dello stato, ogni giorno che passa ci si avvicina sempre di più alla possibilità di un amaro finale.
  • Così la politica debole da 40 anni fa crescere il rapporto debito PIL e nessuno neanche il governo attuale sta veramente facendo qualcosa per cambiare rotta.
  • In un contesto nel quale l’economia mondiale sta rallentando, la Germania riduce drasticamente le proprie previsioni di crescita a meno dell’1% per quest’anno. E considerando che, tanto per fare un esempio, circa il 40% di una BMW si fabbrica in Italia. Diventa chiaro che se i cinesi non comperano più BMW noi andiamo a bagno.
  • La rappresentazione plastica di questa situazione di debolezza è rappresentata dal differenziale dei tassi pagati dal titolo decennale portoghese e quello Italiano. ll Portogallo ha tassi che sono la metà dei nostri, eppure i rating cioè gli esami clinici sono i medesimi. Quindi le grandi agenzie di rating mettono sullo stesso piano Italia e Portogallo, e questo evidenzia che non c’è un complotto mondiale da parte delle agenzie o di poteri occulti. Tuttavia il mercato, cioè ognuno di noi, quando siamo chiamati a scegliere per noi stessi, sceglie e fa il prezzo. E per questo noi paghiamo il doppio del Portogallo. E lo spread è il sintomo di questa situazione.

Chi investe deve tenere conto che sta iniziando il gioco delle sedie, quando la musica finirà chi sarà più lento non troverà da sedersi.

venerdì 4 maggio 2012

Il vantaggio di non avere idee... forti

Le emozioni sono lo stimolo giusto per investire?
Tutti gli anni a maggio faccio un post dedicato a questo argomento, per verificare se nel tempo l'idea origiraria sia confermata o meno. 

Troverete qui i miei precedenti pensieri: 2011 - 2010 - 2009

Quest'anno - complici le elezioni greche - non ho tanta testa per scrivere a lungo.

Non di meno come diceva Budda "un'immagine vale più di mille parole".

Quindi vi faccio vedere come sia opportuno investire su un indice azionario onnicomprensivo piuttosto che su un indice settoriale.

In altri termini, o si hanno le idee chiare sul perchè si fanno le cose o è meglio non farsi dominare da idee non verificate.

Il grafico rappresenta un investimento di 1000 euro fatto su ETF rappresentativi di:
- un indice azionario mondiale (blu), 

- un indice azionario sull'acqua (giallo)
- un indice azionario sulle foreste (verde),
- un indice azionario sulle materie prime (rosso)
- un indice sulle nuove energie (cremisi).

giovedì 25 febbraio 2010

La fisiologia e gli investimenti

, Cellino Associati SIM, Cellino e Associati SIM
L’uomo, secondo alcuni eminenti psicologi, è fisiologicamente portato ad investire in asset a bassa volatilità*. Un anno fa scrivevo: “Secondo la Finanza Comportamentale, mediamente, la perdita di una somma è percepita come doppiamente dolorosa rispetto al guadagno del medesimo importo.”.**
http://epsilon-intervallo-grande.blogspot.com/2009/02/azioni-e-motori-gioie-e-dolori.html

Sebbene non sia l’unica regola di cui tenere conto, è tra le più immediate e quindi permette a tutti di iniziare a pensare in modo critico alle proprie reazioni ed ai propri atteggiamenti di investimento.

Per esercitarci proviamo a fare, sulla sola base di questa ipotesi, il bilancio emotivo dell’investitore che ha comperato l’azione X e che ne osservi quotidianamente l’andamento per un mese.

Immaginiamo per semplicità che il corso dell’azione sia privo di trend, ovvero che si muova casualmente oscillando intorno al prezzo di acquisto.

Dopo un mese, se i pesi delle emozioni positive e negative fossero uguali, il nostro investitore dovrebbe essere tutto sommato tranquillo: non sta perdendo, quindi non dovrebbe soffrire molto.

Ma le emozioni non hanno lo stesso peso. Nel giro di un mese lavorativo l’investitore avrà totalizzato circa 10 variazioni negative e 10 positive: il bilancio materiale dell’investimento è sulla parità, ma quello “emotivo” sarà (10 emozioni positive +10 *2 emozioni negative) = -10!

Ovvero dopo un solo mese in cui l’azione, tra l’altro, non è andata male, il nostro investitore è già di malumore.

Generalizzando appena un po’ possiamo affermare che le nostre sensazioni sull’investimento effettuato dipendono dal momento di ingresso, dalla sequenza degli eventi sui mercati, dall’arco temporale e dalla frequenza nell’acquisizione delle informazioni. Possiamo quindi affermare che c’è una relazione molto lasca tra il nostro sentimento e l’andamento oggettivo degli investimenti.

Facciamo adesso un passo avanti, affermando che il dolore della constatazione di una perdita è bilanciato da (almeno) un altro fattore: ovvero se la perdita è avvenuta sul “capitale” o sugli “interessi”.

Il dolore è più acuto se si perde sul capitale iniziale; meno se sono colpiti gli interessi.

Il fatto è che anche la percezione di cosa sia “capitale” e cosa siano “interessi” è variabile.

Per ragioni ataviche il cliente medio tende a chiudere il bilancio degli investimenti ogni anno, anche quando ha scientemente sottoscritto un contratto pluriennale. Così negli anni favorevoli, in modo inconsapevole, incorpora al proprio capitale una plusvalenza “intermedia”, sentendola invece “definitiva”. Ma se al contrario nell’anno concluso si è registrata una perdita, il capitale iniziale per l’esercizio successivo non viene decurtato, resta quello dell’anno precedente ancora.

Pertanto un’”ottica emotiva” annuale ci espone alla volatilità dei mercati, acquisendo come definitivi dati parziali favorevoli, e rigettando quelli negativi.

In questo modo l’investitore riesce a soffrire soffre anche in caso di andamenti pluriennali sostanzialmente positivi, poiché l’unica funzione che soddisferebbe l’ego dell’investitore (definito “miope” in letteratura) è una funzione monotona strettamente crescente!

Gli assicuratori hanno capito molto bene questo aspetto dell’animo umano e offrono polizze ad elevato contenuto finanziario che spesso - dal punto di vista dell’efficienza - fanno pena, ma che hanno il formidabile fascino di “consolidare” il risultato ottenuto a fine anno, per la felicità dei clienti ma soprattutto dei venditori.


*Mi limito in questa sede a ricordare che c’è tuttavia una minoranza di soggetti che si comportano in modo opposto.

** Questo è solo uno degli assunti della teoria che è molto più articolata, quindi le conclusioni alle quali perverremo, seppure ritengo siano sostanzialmente corrette, potranno sembrare contestabili: chi lo desidera può utilmente approfondire l’argomento leggendo Kahneman, Tversky, Motterlini, Ligrenzi, Rigoni ed altri.

giovedì 22 ottobre 2009

Il dollaro e le vecchie abitudini


, Cellino Associati SIM, Cellino e Associati SIM
Uno degli ambiti della psicologia è l’intervento per la ristrutturazione dei comportamenti inadeguati.

Una abitudine inizialmente funzionale infatti, se riprodotta in un contesto differente, può diventare dannosa.

Mi pare che in finanza si possano trovare esempi interessanti, come la percezione che il dollaro sia una valuta forte.

Per fare una valutazione di ampio respiro prendiamo in esame il periodo dal 1970 ad oggi, e per comparare i dati correggiamo il cross lira dollaro con il cambio lira euro (1936.27).

(I dati sono tratti dal sito di Bankitalia per i valori lira/dollaro dal 1970 al 1999 e per i valori euro/ dollaro dal 1999 al 2008; gli altri sono mie elaborazioni)

Il cross euro/dollaro è espresso “Certo per Incerto”, ovvero se il cross vale “1.45” occorrono 1.45 dollari per comperare un euro.

Possiamo notare che dal 1970 al 1985 il dollaro si è apprezzato: nel 1970 ne occorrevano 3 per comperare un euro, ma nel 1985 ne bastava 1.

Ecco dunque il periodo in cui probabilmente si è formata la percezione che il dollaro fosse una valuta forte.

Dopo il 1985 però la situazione è mutata: il rapporto di cambio contro l’euro ha iniziato ad oscillare tra 0,8 e 1,8 e chi avesse comperato dollari proprio in quell’anno avrebbe aspettato fino al 2000 per rivedere i suoi prezzi di carico.

Un tempo abbastanza lungo per perdere clienti, avvilire patrimoni e sprecare una carriera.

I risultati migliori - in questa seconda fase - li avrebbe ottenuti un investitore che fino ad allora sarebbe stato perdente, poiché convinto della stazionarietà di lungo periodo del rapporto euro dollaro.
Per 15 anni hanno avuto ragione e fatto carriera una certa classe di investitori e consulenti, mentre i loro figli per avere successo hanno dovuto agire in modo profondamente differente.