Bond giapponesi al 3%. Adesso chi comprerà i BTP?
Pubblicato originariamente su Money.it il 14 settembre 2026.
Per un quarto di secolo, in Giappone chi doveva far fruttare i risparmi di milioni di pensionati ha avuto un problema: in patria il rendimento restava quasi sempre vicino allo zero, spesso sotto zero. Quei soldi finivano altrove — non c'era altra scelta.
Il Government Pension Investment Fund, il fondo pensione pubblico più grande del mondo, controllato dal governo giapponese, da solo amministra più di 1.500 miliardi di dollari e aveva questo problema.
Con lui compravano titoli di Stato esteri anche le grandi compagnie di assicurazione vita giapponesi — i cosiddetti "lifers" — e le casse pensione aziendali.
Comperavano Treasury americani, OAT francesi, debito federale australiano. Il Giappone è arrivato a detenere oltre 1.100 miliardi di dollari di debito pubblico americano, più di qualsiasi altro Paese al mondo.
Il titolo di Stato giapponese a dieci anni, per tutto questo tempo, è rimasto lì, vicino allo zero — quasi un oggetto d'arredamento nei bilanci di chi lo deteneva.
Poi, martedì 1° settembre, il rendimento di quel titolo — il JGB, come lo chiamano i mercati — ha superato il 3%. Non succedeva dal 1996. Trent'anni.
A Tokyo, il gestore Toshinobu Chiba, di Simplex Asset Management, ha raccontato a Reuters di essere diventato ribassista sui titoli di Stato americani e di aver iniziato a comprare il decennale giapponese poco prima del suo recente picco: "È facile comprare il decennale sopra il 3%. La maggior parte delle assicurazioni vita ha un forte incentivo a farlo adesso."
Fino al 22 agosto gli investitori giapponesi avevano venduto un netto di 3.000 miliardi di yen di debito estero — 18,7 miliardi di dollari, il deflusso più ampio da inizio anno dal crollo obbligazionario del 2022.
Un sondaggio della società di gestione J.P. Morgan Asset Management su 82 fondi pensione aziendali giapponesi, pubblicato il 2 settembre, aveva trovato la quota più alta dal 2008 — da quando esiste il sondaggio — di chi pianificava di aumentare le posizioni in bond domestici.
In Australia, un mercato dove i giapponesi erano da tempo i maggiori investitori esteri, i gestori locali segnalavano — parola di Ryan Ellis, di Citigroup — un passaggio "da comprare a tenere fermo".
Nessuno di questi numeri descrive una fuga. Un compratore che per vent'anni aveva aumentato ogni trimestre la propria posizione, e che a un certo punto smette di aumentarla, non sta vendendo: si sta solo fermando.
Per chi, dall'altra parte del mercato, doveva collocare debito ogni mese — alle aste del Tesoro americano, a quelle francesi, a quelle australiane — la differenza tra i due casi non era piccola: lo stesso importo da vendere, un compratore abituale in meno pronto ad alzare la mano per comperare.
Lo stesso giorno in cui il rendimento giapponese toccava il massimo dal 1996, il dollaro valeva 160 yen. Vicino ai minimi storici della divisa giapponese.
Se il capitale stesse davvero rientrando in patria in modo significativo, il cambio avrebbe dovuto muoversi nella direzione opposta — uno yen più forte, non uno ai minimi. Reuters lo accenna in una riga, senza svilupparlo: le implicazioni sul cambio restavano "meno chiare".
Noi debitori occidentali eravamo abituati da un quarto di secolo a un'idea mai dichiarata: che ci fosse sempre, da qualche parte, un compratore giapponese pronto ad assorbire l'emissione successiva.
E adesso? Invece abbiamo un competitore in più che chiede soldi e paga bene. E si aggiunge a chi già ne chiedeva parecchio: cinque colossi tech — Microsoft, Alphabet, Amazon, Meta e Oracle — hanno raddoppiato il debito emesso per i data center, a 350 miliardi di dollari; Meta da sola ha appena collocato un bond da 12,5 miliardi per il suo impianto in Texas, pagando più di un anno fa.
Quando c'è fame di denaro i prezzi (i tassi) crescono e chi ha obbligazioni lunghe potrebbe farsi male.
Articolo originale su Money.it
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