Trust, vincolo di destinazione o mandato fiduciario. Come proteggere un familiare fragile?
Pubblicato originariamente su Money.it il 7 settembre 2026.
Una famiglia si siede nel mio ufficio con un figlio che non potrà mai gestire da solo un patrimonio; altre volte invece la persona fragile è un anziano con un patrimonio da salvaguardare.
E la prima domanda che fanno è quasi sempre la stessa: "Ci serve un trust?"
È la domanda sbagliata, o meglio: è la domanda che salta tutte quelle che dovrebbero venire prima.
Prima di arrivare a "quale strumento", va capito con che grado di autonomia si muove la persona fragile, se esiste già un amministratore di sostegno o se ne servirà uno in futuro, come sono davvero i rapporti tra i familiari coinvolti - perché la stessa struttura che protegge in una famiglia unita può bloccarsi in una famiglia in conflitto - e cosa si vuole ottenere per davvero: segregare il patrimonio da eventuali creditori? Garantire continuità assistenziale? Proteggere da un familiare specifico? O solo pianificare la successione senza sorprese?
Prima, questa raccolta di informazioni la facevo a sentimento e il rischio era sempre lo stesso: saltare una domanda scomoda perché il colloquio andava avanti, oppure orientarmi in modo precostituito verso uno strumento che mi pareva meglio invece di vagliare sistematicamente tutti gli aspetti per quel caso.
Il trust, è spesso la prima parola che viene in mente a chiunque si occupi di questi temi, ma non sempre è la risposta giusta.
Adesso, prima di esporre una soluzione, faccio passare ogni caso attraverso una raccolta dati che non lascia buchi: se manca un'informazione, me lo segnala invece di procedere.
E confronta sempre più strumenti, in parallelo, sullo stesso caso, non solo il trust, ma anche il vincolo di destinazione, il mandato fiduciario, la società semplice usata come contenitore patrimoniale: a volte emerge una combinazione per creare un effetto giuridico che tiene davanti a un creditore, che resta in piedi se subentra un amministratore di sostegno, che controlla chi gestisce e chi può revocarlo, e quello fiscale, separato. Perché sono due aspetti diversi e confonderli è l'errore più comune che vedo.
Quello che mi ha cambiato davvero il modo di lavorare non è la lista degli strumenti: quella la conoscevo già. È che ora nessun caso arriva sulla scrivania del notaio o dell'avvocato prima di essere passato al vaglio degli errori più comuni: una segregazione che sembra solida sulla carta ma non lo è, l'assenza di un controllore indipendente sul gestore, una struttura così complessa che in famiglia nessuno riuscirà davvero a farla funzionare tra vent'anni, quando io non ci sarò più a spiegarla.
Il limite lo dico sempre, alla famiglia prima ancora che a me stesso: questo mio lavoro non sostituisce il notaio o l'avvocato, non redige un atto: ogni caso reale ha dettagli che nessuno schema generale può prevedere. Quello che cambia è che si arriva dal professionista con le domande giuste già fatte, non a chiedergli di scoprirle lui, mentre il tempo passa. E il tempo, in questi casi, è quasi sempre il fattore che manca di più.
È il lavoro meno visibile che faccio ma probabilmente quello che conta di più: non genera un rendimento da mostrare a fine anno, non compare in nessun grafico. Conta il giorno in cui in famiglia non ci sarà più nessuno a decidere per chi non può farlo da solo.
Se in famiglia avete già una persona fragile da proteggere, vi siete mai chiesti cosa succede il giorno in cui non ci sarete più voi a occuparvene?
Articolo originale su Money.it
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